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Lo scorso venerdì 18 novembre il nostro paese – sempre più confuso – ha assistito a una mobilitazione della scuola a livello nazionale contro il governo in carica e le annunciate politiche in tema di istruzione.

La protesta è stata organizzata da Rete degli Studenti Medi, Unione degli Universitari e collettivi locali con cortei, presìdi e assemblee in decine di città in tutta Italia. Il movimento, ribattezzato “No Meloni Day”, sembra non abbia ottenuto l’esito sperato in termini di “presenze”. Ma l’attenzione mediatica è stata imponente, come ormai da tradizione quando si inneggia allo spettro del fascismo eterno. Sì, perché tra i vari slogan i riferimenti a un ventennio ormai morto e sepolto dalla Storia – ma non dall’editoria e dai polemisti della prima e dell’ultim’ora – non sono certo mancati.

A Milano, per esempio, il messaggio lanciato in coro dagli studenti per dare avvìo al corteo è stato il seguente: “Meloni è il simbolo del nuovo fascismo che striscia e dilaga, che ci opprime e che ci fa morire nell’alternanza scuola lavoro”. Non poteva certo mancare uno striscione programmatico e politicamente correttissimo (“La generazione meticcia e queer in lotta per il futuro”, siglato dal Coordinamento Collettivi Studenteschi), né quello dedicato ai “fascismi” del mondo (“Piena solidarietà dai collettivi studenteschi ai popoli in lotta e in rivolta, dall’Iran, al Kurdistan fino all’Italia contro ogni fascismo e ogni dittatura”).

“Abbiamo chiesto a questo nuovo governo di abbandonare la retorica della meritocrazia e di provare a ragionare di un chiaro e netto investimento sul futuro dell’istruzione di questo Paese”, hanno invece scritto gli organizzatori, lanciando l’iniziativa.

La scuola, nel nostro paese – come sappiamo bene –, è allo sbando. Il livello di istruzione dei nostri ragazzi è ben simboleggiato dagli edifici scolastici, spesso fatiscenti e a rischio collasso: è già successo e succederà ancora, se il nuovo governo non correrà velocemente ai ripari. Dunque, che l’educazione scolastica debba essere rifondata insieme alle infrastrutture è indubbio, e i ragazzi fanno bene a protestare, a riempire le piazze del loro sdegno, della loro delusione. Il problema, in questo caso, è la finalità della mobilitazione. Che poco, a giudizio del sottoscritto, ha a che fare con i reali problemi ormai ultradecennali del sistema scolastico e tanto con un pregiudizio “ideologico” nei confronti del nuovo governo in carica, come ha dimostrato, solo qualche settimana fa, l’occupazione del liceo Manzoni di Milano all’indomani della vittoria della coalizione guidata da Giorgia Meloni alle elezioni. Una vittoria schiacciante, nel segno più trasparente di quella democrazia che si invoca in teoria un giorno sì e l’altro pure, ma che poi nella pratica non va più bene se qualcosa va storto rispetto alle aspettative della nutrita schiera degli appartenenti al partito antropologicamente superiore con relativi eredi e intelligenze limitrofe.

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Il governo Meloni si è insediato a Palazzo Chigi lo scorso 23 ottobre: in definitiva, neanche un mese fa.

Suona strano che si organizzino manifestazioni “di principio” quando, onestamente, i nuovi ministri non hanno ancora cominciato veramente a lavorare. Dunque, a Giorgia Meloni non può essere imputabile la marcescenza di un “sistema” della quale non può certo ritenersi responsabile.

Magari – e lo dico ai giovani manifestanti – si vada a chiedere qualche lume al nonno, alla nonna e alla loro generazione: in molti risponderanno probabilmente che la “rivoluzione”, allora, non si concretizzò, quando in effetti riuscì benissimo. I 18 “politici” con i quali si conseguirono lauree e cattedre, alimentando l’ingranaggio baronista e nepotista che lorsignori intendevano combattere, la dicono lunga su quel “merito” che gli stessi studenti, oggi, contestano nel nome dell’“inclusività” (qualcuno però mi spieghi cosa vorrebbe significare). Nessuno mette in discussione il diritto allo studio per tutti. Un presupposto civile fondamentale, indiscutibile, vero caposaldo di una democrazia degna di ritenersi tale. Ma se un intero corpo docenti – ormai stanco, demotivato, sottodimensionato dal punto di vista dell’organico, spremuto e sacrificato nell’ingranaggio della burocrazia – non riesce più (a parte qualche eccezione) a trasmettere il “sapere”, a salvaguardare talenti e attitudini, limitandosi (quando va bene) a eseguire il compitino del “programma” (quasi sempre prono ai dettami di una vulgata a senso unico, soprattutto per quanto riguarda le discipline storico-umanistiche), allora significa che per la scuola così intesa non esiste alcun futuro. Nelle aule, come nella vita, si è persa qualsiasi concezione dell’autorità, qualsiasi forma di rispetto nei confronti di coloro che dell’educazione dovrebbero essere i garanti a livello istituzionale: la famiglia e la scuola, prima di tutto. In poco più di mezzo secolo si è addirittura capovolto il paradigma della responsabilità per un brutto voto o per gli scarsi risultati ottenuti: dallo studente si è passati al professore, spesso con minacce alla sua incolumità fisica.

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Sia chiaro, il problema del “merito” non riguarda solo la scuola, ma la società “civile” (tutta) in generale. E il merito – sarebbe bello poterlo insegnare ai ragazzi – non è antidemocratico né “fascista”. Né, tantomeno, “retorica”. Tutt’altro. È l’espressione del perfetto funzionamento della macchina sociale, grazie a ciò che un tempo si definiva “ascensore”. Non è pregiudizievole, perché il “vero” merito può permettere a tutti i cittadini di intraprendere un percorso umano e professionale a partire da uno stesso livello, con le stesse opportunità. Questa è la vera essenza della libertà, il profondo significato dell’uguaglianza. In questo modo, le nuove élite che andranno a formarsi (a livello politico, culturale, sociale, imprenditoriale) saranno espressione della scrematura dei “migliori”, che si sono formati perseguendo il loro talento e le loro capacità individuali. Non si nasce tutti uguali, niente affatto: anzi, siamo tutti profondamente diversi. A ognuno il proprio ruolo nella società, con il decoro e la dignità che si debbono a ogni mansione svolta. E chi resta indietro e ha bisogno di aiuto, lo si aiuta.

Il merito così declinato è in grado di evitare la trappola della bistrattata – molto spesso a ragione – “competizione”. Che riesce nel suo poco nobile intento – e lo fa benissimo – quando deve elevare ai massimi livelli una mediocrità rapìta dall’estasi dell’oro. Ed è assolutamente inutile e controproducente elogiare una scuola come il liceo scientifico Morgagni di Roma che da sette anni ha abolito il voto a favore dell’autovalutazione. Un segno dei tempi, i nostri, assolutamente disallineati rispetto al buonsenso e all’intelligenza.

C’è da dire che purtroppo il nostro paese, fin dal dopoguerra, soffre di quello che Roger Abravanel, in un brillante saggio (Aristocrazia 2.0. Una nuova élite per salvare l’Italia, Solferino, 2021), associa all’aristocrazia – che in origine significa “governo dei migliori” – di “casta” nostra: ovvero, il potere dei privilegiati per nascita. Quello che soprattutto negli ultimi decenni ci ha costretto in un pantano omologato, senza eccellenze, senza qualità e purtroppo senza speranza. Ed è ciò che un politologo statunitense, Edward C. Banfield, aveva già evidenziato alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, dopo una lunga visita al nostro paese: nel famoso saggio The Moral Basis of a Backward Society (Le basi morali di una società arretrata, il Mulino, 1979 [2006]), l’autore conia l’espressione “familismo amorale” per spiegare l’arretratezza, i limiti e la mancanza di reazione a un sistema consolidatosi nel tempo: ovvero, il “difetto” fondamentale della società italiana, avverso allo spirito di comunità e disposto a cooperare solo nell’ottica di un proprio tornaconto. Il familista amorale intende massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia e della sua ristretta cerchia di interesse, evidenziando in tal modo una cronica carenza di senso civico.

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Non si spiegherebbero altrimenti le motivazioni di merito (se non per il cognome) che hanno portato Carlo Calenda ed Enrico Letta alla guida di due partiti politici; non si spiegherebbe come Marina Berlusconi si ritrovi al comando, di default, del Gruppo Mondadori (e suo fratello Pier Silvio, sempre di default, al comando di Mediaset); o come Gianni Riotta possa essere considerato un giornalista. Senza parlare dei cerchi magici di potere che fanno capo a leader politici locali, faccendieri e arraffatori di denaro spesso pubblico, ben attenti a elargire “favori” in cambio di voti per poter alimentare la macchina del privilegio. Non si spiegherebbero altrimenti, se non per un guasto cronico dell’ascensore sociale, i Di Maio consiglieri per l’energia nel Golfo Persico (sempre che Luigino sappia localizzarlo geograficamente), oppure i Roberto Fico (ma ci metto anche Laura Boldrini) terza carica dello Stato. E non si spiegherebbe neanche come un Matteo Salvini possa occupare il posto che occupa, così come restano un mistero le capacità di Daniela Santanchè, quelle che le consentono di rimanere sulla cresta dell’onda e diventare pure ministro della Repubblica. Sono solo pochissimi esempi del mare magnum della Favoropoli/Parentopoli di casa nostra, il sistema che ha portato a un degrado istituzionale, politico, sociale e culturale senza precedenti.

Perché vedete, cari ragazzi manifestanti: se il vostro obiettivo è una critica al “fascismo” perché indottrinati (e male) dai vostri educatori, iniziate a stigmatizzare manovre, disfunzioni e nefandezze di un sistema (scolastico, civile, quel che volete) quando vi trovate a sperimentarle, a fronteggiarle. Ma preparatevi, studiate, siate all’altezza del gravoso compito che vi siete imposti, approfondite e dimostratevi competenti. Altrimenti vi ritroverete, nel prossimo futuro, livorosi come una Serracchiani qualsiasi che altro non ha da rimproverare a un “governo vergognoso” se non il viaggio di Giorgia Meloni a Bali – in occasione del G20 – insieme alla figlia.

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