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Le donne stuprate in Libia, il trasbordo come merce umana da un autobus del mare (i trafficanti scafisti) all’altro (le Ong); il Governo sempre informato sugli spostamenti, il razzismo nordafricano per i nigeriani e le partenze sotto minaccia di morte. Il racconto alla Bussola di Cristian Ricci, che ha lavorato come addetto alla sicurezza su una nave di Save the Children: «Il primo dovere morale è non farli partire, altrimenti continueranno a morire».

Cristian Ricci è un consulente e formatore nel campo della maritime security che tra il 2016 e il 2017 si è trovato a soccorrere i migranti in prima persona, a bordo della nave Vos Hestia della ONG Save the Children impegnata nel soccorso dei migranti. Operazioni di salvataggio condotte – con il consenso e le istruzioni del governo italiano – direttamente ai confini delle acque libiche che finiscono per diventare, all’atto pratico, un interscambio di mezzi di trasporto e un incentivo per gli scafisti. C’è il dovere di soccorrere chiunque stia affogando, ma «il primo dovere morale – afferma Ricci – è quello di non farli partire».

Perché un operatore della sicurezza si è trovato a “lavorare” per una ONG?
Mi occupo di security nei trasporti marittimi ed ero stato contrattualizzato da un armatore italiano che aveva noleggiato la nave a una ONG, in quel caso Save the Children. In quel caso la sicurezza – e quindi il mio compito – richiedeva di mantenere l’ordine a bordo e recuperare i migranti. Insieme a un team scendevo in acqua con dei gommoni per accostarmi alle imbarcazioni con i migranti per portarli sulla nostra nave. La ONG poi gestiva la permanenza a bordo con mediatori culturali, traduttori, infermieri, medici, eccetera.

Come interagivano con il governo italiano?
Prima di partire, nell’estate 2016, la Marina militare ha istruito il comandante della nostra nave sulle manovre di soccorso in mare. Anche io sono stato a bordo di una nave della Guardia costiera per imparare le loro procedure. È evidente che c’era un accordo con il governo di allora (Renzi). Le ONG in quei frangenti hanno operato perché il governo lo ha permesso, anzi hanno lavoratoper il governo. Le norme internazionali di cui tutti parlano prevedono che siano gli Stati ad organizzare le attività di ricerca e soccorso in mare, non i privati. In questo caso invece ci si è serviti di privati, quindi le ONG… Sembrava un po’ strano, ma dal mio punto di vista era un elemento di garanzia: “Si fa tutto nella legalità, istruiti da governo che sa cosa facciamo e addirittura ci istruisce”. Inoltre, a ogni partenza da un porto italiano dichiaravamo dove eravamo diretti, per cui il governo sapeva che andavamo di fronte alle coste libiche a fare questa operazione.

Quante altre navi c’erano?
Più o meno una decina. Che non erano poche.

Tutte di fronte alle coste libiche?
Sì, ci appostavamo tutti in due punti prestabiliti, sapendo che sarebbero arrivati lì, a circa 12-13 miglia ai limiti delle acque territoriali.

Quindi andavate a prenderli a domicilio?
In pratica sì, e fin qui tutto regolare. Ma la stranezza è che eravamo spesso come una stazione di interscambio dove scendi da un autobus (il trafficante) e ne prendi un altro (la nave ONG). E il trafficante si lasciava andare col suo barcone, senza che venisse sequestrato o presi altri provvedimenti per ostacolarne l’attività.

Barconi che forse sono inadatti alle merci, figuriamoci alle persone…
Sì, erano imbarcazioni di legno o gommoni, ma di scarsa fattura, senza neanche il fondo rigido, praticamente plastica gonfiata. I migranti volevano essere presi altrimenti sarebbero morti. È il contrario di quello che avevo visto dal 2001 a Mazara del Vallo, dove operando come Ufficiale della Guardia Costiera, vedevo i tunisini arrivavano da sé a terra, ma restavano in Italia come “uccel di bosco”, sapendo che la polizia li avrebbe identificati come clandestini. Adesso, invece, con questi mezzi non ce la farebbero ad arrivare sulla terraferma e vogliono essere presi, non scappano più. Molti di loro mi dicevano: «Sono stato costretto a venire dai libici, che mi hanno sfruttato e poi messo sul gommone». E senza neanche sapere dove erano diretti, tanto che i mediatori culturali dovevano mostrare loro sulla carta geografica: «Siamo qui e andiamo là».

Prima della Libia avevano fatto un altro viaggio sul suolo africano?
Sì, venivano dalla Nigeria, dalla Somalia, dalla Costa d’Avorio e li distinguevi dagli altri perché non avevano nulla al di fuori degli stracci che indossavano. La Libia è diventata una terra di nessuno dove la criminalità traffica persone restando impunita.

Praticamente la Libia è un hub?
È un hub. La stragrande maggioranza viene sfruttata e buttata sui gommoni come carne da macello. Ho recuperato persone denutrite, incapaci di muoversi e in fin di vita, buttati lì per disfarsene. Non è gente che parte dicendo: «Voglio andare in Francia», ma che si sente dire: «Vai sul gommone altrimenti ti sparo». Poi c’erano anche quelli che venivano, per esempio dal Bangladesh, con voli e visti, ma tanti altri erano invece costretti a imbarcarsi. Uno di loro sarebbe morto se lo avessi recuperato solo mezzora dopo.

Ma allora non sono persone in fuga dalla fame e dalle guerre per cercare un futuro migliore da noi?
Sicuramente ci sono e li vedi, per esempio tunisini ed egiziani che pagano per venire illegalmente. Ma li distingui subito anche dall’aspetto, è gente vestita, mentre questi altri non avevano neanche gli occhi per piangere e avrebbero preferito tornare a casa. Uno di loro mi disse: «Non potevo tornare in Nigeria, i libici mi avrebbero ucciso».

In pratica è una forma di schiavitù attuata da africani verso altri africani?
È noto a chiunque conosca il nordafrica: pur essendo correligionari, il musulmano nordafricano è razzista verso il musulmano nigeriano. Quando ho sedato delle risse a bordo delle navi erano tra tunisini e subsahariani, perché i tunisini non li vogliono accanto.

Persino nella disgrazia?
Questo stupiva anche me, poi mi hanno spiegato che i nordafricani non vedono di buon occhio i neri. 

In un singolo salvataggio quanta gente prendevate all’incirca?
Dipende dalle navi – adesso ce ne sono di grandi in grado di ospitare fino a mille persone – noi andavamo intorno ai 300, questa era la media a viaggio. Poi li portavamo in Sicilia, Trapani, Pozzallo, Catania… e a quel punto la Polizia di Stato prendeva in mano la situazione. Il porto veniva scelto dal governo italiano.

E la gestione a bordo da parte della ONG?
Le ONG sono molto organizzate. I miei rapporti con loro sono diventati difficili perché noi raccontavamo alla polizia ciò che succedeva, ma loro non ritenevano fosse nostro compito. Nessuna informazione doveva uscire al di fuori dei comunicati o delle foto divulgate da loro. Eppuresi vedevano anche fatti rilevanti, per esempio chi guidava lo scafo.

Inoltre, io dicevo: Ok, salvo tutti ma poi bisogna distinguere i buoni dai cattivi» e denunciare questi ultimi alla polizia (perché l’“hub libico” è incontrollato e ci passa di tutto), mentre per la ONG questo non era pensabile, si doveva salvare tutti, certo, ma anche portare tutti in Italia.

Le attività di queste ONG private, grazie alle quali, la “merce umana” viene in molti casi, trasbordata da una nave all’altra, si mantiene anche grazie alle donazioni di privati, che forse sono ignari di come si è operato in mare ed è possibile che non sappiano che molte di queste persone emigrano forzatamente e non volontariamente in Europa e che tra di  loro ci possono essere criminali, come personalmente ho segnalato, o solamente persone che cercano una modalità illegale per entrare in Italia.

E rischiano di incentivare la prosecuzione di quel traffico…
… un traffico di persone deboli, che – come detto – in molti casi sono costretti a migrare. Poi arrivati in Italia certamente trovano cose che magari non hanno in Nigeria. Ma non è che realizzi un loro sogno, anzi, si ritrovano in mare contro la loro volontà. È chiaro che la colpa è della Libia, e i migranti pur di non restarci andrebbero ovunque. Le donne incinte mi dicevano di essere state violentate: «Siamo state mezzo di piacere per i libici e questa è la conseguenza». Poi chiaramente le ONG offrivano loro l’aborto. Sono carne da macello, così debole da non sapere dove andare, sfruttati in Libia, gli uomini costretti a fare i lavori più umilianti e picchiati, le donne usate, e poi spediti in cima ai gommoni. Questa povera gente non si aiuta facendola venire qua, ma vanno liberati là, non devono finire nelle mani dei trafficanti.

Anche il dovere morale di soccorrere è ben diverso dall’andare sistematicamente a prenderli…
Credo che il primo dovere morale sia cercare di non farli partire, altrimenti continueranno a morire.

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