La linea è chiara e ha l’appoggio dell’esecutivo e del Comitato tecnico scientifico: l’Italia si affiderà ai cittadini spioni-delatori per fermare le feste private, che sono state vietate con l’ultimo Dpcm. L’annuncio è arrivato nella serata di domenica dal ministro della Salute Roberto Speranza, ospite su Rai3 a ‘Che tempo che fa’, che ha dichiarato chiaramente di voler “incidere su alcuni pezzi della vita delle persone che consideriamo non essenziali”. Tra queste appunto le feste private, ritenute da Cts e governo occasione di contagio. Il governo quindi entra a gamba tesa nella sfera privata dei cittadini, chiarendo di volersi affidare ai vicini di casa ‘spioni’ per mettere un freno alle feste private, data l’impossibilità di fatto per le forze dell’ordine di controllare le abitazioni di 60 milioni di persone. Ricordate ancora gli slogan che il Governo e la classe giornalistica intellettuale filogovernativa mandava agli italiani nel periodo più difficile dell’emergenza? “Andrà tutto bene”, “ce la faremo”, “ne usciremo migliori”. Se per andare tutto bene ed uscirne migliori il Governo intendeva trasformare gli italiani in un esercito di ipocondriaci delatori – incapace di analizzare più approfonditamente i dati riportati dai bollettini medici- tacciando di “negazionismo” non solo quella parte di popolazione che ha un’opinione diversa sul come affrontare l’emergenza, addirittura arrivando a minacciare di morte quei virologi che si oppongono alla narrazione mainstream – allora, probabilmente, le cose stanno andando per il meglio. E chi fino ad oggi ha accusato di complottismo chi osava definire la realtà degli ultimi mesi una dittatura sanitaria, dovrà ricredersi. In questo scenario al limite della distopia, che ha spinto qualcuno a coniare il termine “Covid 1984”, è doveroso fare una  considerazione: usare la delazione come metodo di governo rappresenta la fine del concetto stesso di Stato. Infatti questa pratica, diffusa nei regimi autoritari, soprattutto in tempi di guerra, serviva per identificare il nemico in una situazione di crisi, ovvero quando lo Stato non ha il pieno controllo della situazione e quindi incapace di assolvere quella sua prerogativa fondamentale di difesa del cittadino. Questo clima è lo specchio della crisi sociale provocata dal confinamento e dalla crisi economica conseguente. Una crisi sociale che vedrà nelle prossime settimane vicini spioni che, magari per vendicare screzi passati, impediranno, soprattutto ai giovani, di poter avere un briciolo di normalità, quei rapporti sociali che sono l’essenza del concetto di comunità e carattere fondamentale dell’essere umano in quanto zoòn politikòn.

Dino Valle

 

Mussolini, Lenin e l’Italia di oggi. Visto l’andazzo ormai quotidiano che hanno preso i nostri politici (soprattutto di governo), avvezzi ogni giorno a spiegarci il significato della libertà e dei suoi (secondo loro) limiti ai tempi del virus, non si può che guardare alla storia per farne tesoro.

Passato pericoloso

L’altro giorno, dopo aver ascoltato il ministro Roberto Speranza in televisione, sono stato colto da un assillo tremendo: ma questi sui limiti alle nostre libertà quando intenderanno fermarsi? E mi è tornata alla mente una frase pronunciata nei giorni scorsi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Tenere aperta l’Italia è responsabilità comune. La libertà non è un fatto esclusivamente individuale”. Ho riflettuto a lungo sulle parole del Capo dello Stato ma non sono d’accordo. Il punto è che nella storia ogni volta che si è ristretta o limitata la libertà individuale, in nome di quella collettiva e del ruolo dello Stato, beh son spuntati fuori regimi autoritari o totalitari. Del resto la visione non solo individuale della libertà è un argomento che riguarda la nostra modernità e contemporaneità politica.

Nel secolo scorso, Benito Mussolini e Vladimir Lenin, un fascista e un comunista, sono intervenuti sull’argomento. Sosteneva il fascista Mussolini: “Il concetto di libertà non è assoluto perché nulla nella vita vi è di assoluto. La libertà non è un diritto: è un dovere. Non è una elargizione: è una conquista; non è un’uguaglianza; è un privilegio. Il concetto di libertà muta col passare del tempo. C’è una libertà in tempo di pace che non è più la libertà in tempo di guerra. C’è una libertà in tempo di ricchezza che non può essere concessa in tempo di miseria”. Il comunista Lenin, invece, sulla libertà annotava: “Quando esiste lo Stato, non vi può essere libertà. Quando vi è libertà non vi può essere lo Stato”.

Libertà individuale

La politica del Novecento – il secolo del sangue e dei totalitarismi – ha costruito le sue guerre, la sua storia, i diritti di ognuno di noi – occidentali liberi – sul contrasto tra due assoluti (politicamente parlando): lo Stato e la libertà. Ed ha vinto la seconda per fortuna. Ma una vittoria non è mai per sempre. Per questo oggi sentiamo ancora una volta la necessità di sottolineare il bene prezioso della libertà individuale, consapevoli che nessuna democrazia liberale è un sistema perfetto ma di certo i totalitarismi, di ogni colore, lo sono meno.

Fare questo non significa non farsi carico di chi sta male per il coronavirus – badate bene – semplicemente significa spazzare via una equivalenza strabica per cui se tolgo libertà alle persone combatto meglio il Covid-19. Un modo per assolvere i ritardi della politica in Occidente. Per cui, d’accordo, concediamoci pure la retorica che il coronavirus si combatte tutti insieme purché sia ben chiara una cosa: che non ritornino i tempi del bastone e della carota.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *