Il nome di Elinor Ostrom non dirà granché ma è bene sapere che questa scienziata (1933- 2012) è stata una politologa statunitense e nel 2009  è stata insignita del Premio Nobel per l’economia, per l’analisi della governance e, in particolare, delle risorse comuni.

Risorse comuni, quindi. Ma che significa?

Intanto è bene sapere che vengono classificate come tali l’aria o l’acqua ma gli studi di Elinor Ostrom furono quelli di ribaltare una visione largamente condivisa nei circoli accademici, ovvero che l’utilizzo collettivo delle risorse naturali porta alla loro inesorabile distruzione.

Questo necessario preambolo mi serve per poter iniziare qui una breve disamina su come non preservando i beni comuni (dell’individuo, della società in cui viviamo, della città-regione-stato in cui noi abitiamo, in breve dell’umanità tutta e persino di ogni essere vivente animale o vegetale che sia) l’uomo (e non altri esseri viventi) mette a rischio la sopravvivenza della propria e delle altrui specie sul pianeta.

Qualcuno dirà che la sto sparando grossa, ma se questo qualcuno si ferma a riflettere un momento vedrà che così non è.

Come è noto vi sono in Italia e in quasi tutti i Paesi delle leggi che tendono a preservare l’acqua del sottosuolo; anche sull’aria e sulle sue qualità vi sono moltissime leggi (parte delle quali non rispettate) per proteggerci dall’inquinamento.

Ma quali leggi sono operanti per proteggere il bosco?

Intanto siamo d’accordo nel considerare il bosco un bene comune? Qualcuno (magari sempre quello che potrebbe fermarsi a riflettere un momento) potrebbe eccepire perché il bosco è prevalentemente di proprietà privata e nel caso sia di proprietà pubblica, gli enti proprietari si comportano nei confronti di questo bene esattamente come i privati: tranne rare eccezioni il bosco non è mantenuto, non è coltivato, spesso è abbandonato a se stesso.

Tutto ciò è sopportabile soltanto sino ad un certo punto, perché la mancata manutenzione del bosco può produrre,  nei casi più deleteri, gravi danni ai beni (privati e pubblici) che si trovano a valle del bosco non mantenuto.

Ma i danni per questa inanità, fino ad oggi li paga il cittadino  che vive e lavora a valle e, quando va bene, lo Stato tramite il risarcimento del danno (il che significa: sempre il cittadino che paga le tasse!).

Nei primi giorni di ottobre ho effettuato un rapido giro nel Cuneese colpito dall’alluvione. Intere frazioni di comuni collocate in prossimità di alcuni corsi d’acqua (Tanaro, Casotto, Corsaglia, Vermenagna…) sono state danneggiate irreparabilmente dalle piene di questi torrenti e dallo straripamento delle acque. Nell’acqua oltre a sabbia e detriti, era impressionante la quantità di legna (interi tronchi d’albero, rami grossi e piccoli) che precipitando nei corsi d’acqua ha immediatamente ingolfato il flusso violento dell’acqua creando, in prossimità dei ponti (molti dei quali poi crollati), delle barriere che hanno determinato l’innalzamento innaturale del livello dell’acqua in quei punti e, nei casi più gravi, l’abbattimento dei ponti.

Nel novembre del  1994 si verificarono fenomeni anche più estesi, ma a quote relativamente più basse.  Questa volta, grazie ad una pioggia persistente e importante (in 30 ore in alcuni punti sono precipitati oltre 600 mm di acqua pari a 60 cm di acqua per metro quadrato, ovvero poco meno di metà dell’acqua che precipita in un anno) vi sono stati danni molto ingenti a quote altimetriche più alte.

Qualcuno (è possibile che si tratti sempre dello stesso già citato prima) potrebbe affermare che la responsabilità è data da chi non vuole pulire gli alvei e gli argini; altri potrebbero sostenere che occorre portare fuori alveo la ghiaia che si accumula.

Tutte cose anche vere in alcuni casi. Non in tutti i comuni la pulizia degli alvei viene effettuata regolarmente (a proposito, non è vero che non si possa fare; al contrario la si deve fare!), mentre asportare materiale lapideo dai torrenti è cosa delicata perché questa operazione (oltre ad essere costosa) può mettere in crisi l’equilibrio dei regimi fluviali.

Quello che però non dovrebbe sicuramente avvenire è ritrovarsi tonnellate di legna nei fiumi. Perché ciò indica inequivocabilmente che i bacini sovrastanti i corsi dei fiumi non sono mantenuti a dovere.

L’acqua che precipita in un bacino imbrifero (ovvero la superficie che dalla cima delle montagne circostanti raccoglie l’acqua meteorica) può seguire diverse  strade prima di giungere al mare.

Molto dipende dalle buone condizioni del bacino stesso.  Se la parte più estesa di questa superficie è impiegata a prato pascolo si avrà una minore quantità di acqua che scivolerà a valle perché la maggior parte delle acque sarà andata ad alimentare per “percolazione” le falde freatiche, cosa importantissima per la salute delle nostre città, perché la qualità delle acque prelevate dai pozzi sarà abbondante e migliore; se il bacino è impiegato a bosco ben coltivato, con gli opportuni “assestamenti” forestali, anche qui avremo una abbondate quantità di acqua (qualcosa meno del caso precedente) che andrà in falda e una minor quantità di acqua che ruscellerà nei torrenti e fiumi. Ma se il bosco non è ben tenuto, se dopo il taglio del bosco non si interviene con una nuova piantumazione o con il ceduo, se il terreno viene abbandonato a boscaglia e cespugli, allora una minore quantità d’acqua andrà in falda e la parte maggiore andrà nei torrenti.

Queste tre ipotesi sono da considerare anche alla luce della quantità di acqua piovana che cade e al tempo (in gergo, il tempo di corrivazione) che l’acqua impiega per raggiungere dalla cima della montagna il torrente nella sua valle. Se nel primo e nel secondo  caso l’acqua viene fortemente rallentata dall’erba del prato pascolo o dalle chiome delle piante, nel terzo caso con il suolo ricoperto in parte da boscaglia ma in larghe parti il suolo si ritrova del tutto scoperto dal manto erboso, la velocità dell’acqua tende a raddoppiare e pertanto il tempo di corrivazione sarà la metà del tempo che la natura vorrebbe utilizzare per lo scorrimento graduale.  Se il tempo è più ridotto la velocità è di conseguenza più elevata e la velocità unita alla capacità (quantità d’acqua) determinerà più danni lungo il suo percorso.

A Pamparato lungo il corso del Casotto si trovava una antica officina di uno dei fabbri del paese; l’edificio di circa 100/120 metri quadrati risaliva ad almeno la seconda metà del 600 (se non prima).  La peculiarità di questo edificio era che tutta l’energia necessaria a muovere l’enorme sega per i grandi tronchi, il maglio per battere il ferro, il mantice per alimentare la forgia, il trapano per il legno e, addirittura la lampada elettrica, veniva prodotta da una ruota di mulino posta ad una altezza di non meno di 4 metri rispetto al fiume, ma l’acqua proveniva dal fiume stesso con una presa d’acqua posta a oltre 100 metri più a monte.

Ebbene questo edificio, che il municipio di Pamparato un tempo avrebbe desiderato destinare ad eco-museo, non esiste più, travolto dall’acqua e dai tronchi portati a valle dalla corrente.

Ovviamente dispiace molto aver perduto questo manufatto di archeologia industriale, ma siamo molto più colpiti dal disastro che ha colpito centinaia di case lungo il corso dei fiumi. Sono sicuro che la Regione e lo Stato (tramite le norme che regoleranno i risarcimenti),  entro poco tempo saranno in grado di dare ristoro agli abitanti degli edifici danneggiati.

Ma quante volte ancora dovremo vedere questo susseguirsi di eventi “catastrofici”?

Nel 1966 vi fu l’alluvione di Firenze; poi ve ne sono state altre meno note ai più ma indelebilmente annotate nei registri degli Enti preposti.

Si arriva al 1994 con l’alluvione che colpì le province di Cuneo, Torino, Asti, Alessandria e altre province lungo tutta l’asta del Po; quella alluvione venne definita come un evento che non si sarebbe ripetuto per almeno 400 anni; infatti nel 1998, nel 2000 e nel 2002 personalmente ho avuto modo di annotare come le alluvioni si siano più o meno ripetute e più o meno negli stessi luoghi con intensità non meno lievi di quella del ‘94.

In tutte queste occasioni abbiamo dato fondo alle risorse dello Stato per ripagare i danni a privati, agricoltori, imprese commerciali, artigianali, industriali; abbiamo dovuto rifare strade e ponti. Centinaia di milioni di euro sono stati impiegati per rimettere tutto a posto o quasi, ma oggi siamo di nuovo daccapo.

Molte decisioni sono state trasformate in leggi e regolamenti, ma le cose più importanti non sembra siano state fatte: ad esempio nelle colline astigiane e nelle pianure alessandrine occorreva realizzare ben 13 “vasche di laminazione” (i campi vicini al Tanaro, con opportune opere idrauliche avrebbero dovuto ospitare questi capienti recipienti semi naturali che, in occasioni di piena del fiume, potessero servire a smorzare la velocità dell’acqua (fenomeno erosivo distruttivo); mi risulta che dal 1994 ad oggi non ne siano state realizzate molte (forse una soltanto, ma non sono aggiornato) perché vincere la ritrosia degli agricoltori non è sempre cosa facile.

In montagna però qualcosa deve essere messo in cantiere. 

Ad esempio una norma che imponga al proprietario del terreno di coltivare il bosco e di mantenere le aree nelle migliori condizioni possibili; chi non vuole farlo o chi non può farlo (perché abita lontano, perché non ha interesse a fare questo lavoro o per altri mille motivi) dovrebbe lasciare all’ente pubblico la responsabilità di farlo perché prevenire è sempre meglio che curare e soprattutto costa di meno alla collettività. …e nessuno vuole attentare alla proprietà privata, sia chiaro!

L’ente pubblico preposto (ad esempio la Regione) potrebbe agire con i consorzi forestali mettendo a disposizione le risorse necessarie per realizzare questo progetto, dal quale si otterrebbe maggiore lavoro (tecnici forestali ed operai forestali), migliore pulizia del bosco e del sottobosco, produzione di pellet con gli scarti della lavorazione (invece di acquistare questa materia seconda sul mercato di provenienza rumena quando va bene oppure dai paesi asiatici…).

Il Piemonte è la Regione italiana con la maggiore estensione di boschi. Dei 12 milioni di ettari a livello nazionale, il Piemonte ne possiede più di un milione di ettari. Ma il pellet che si compra al supermercato è straniero.

Noi lasciamo marcire la materia prima perché non abbiamo la filiera per utilizzarla.  Ma sappiamo che la materia prima legno, quando marcisce, produce la stessa quantità di CO2 (biossido di carbonio detta anche anidride carbonica) che produrrebbe, se la bruciassimo sotto forma di pellet.

Non trovate paradossale consumare pellet straniero e lasciar marcire il nostro legno in foresta? Abbiamo il doppio di CO2, minor lavoro per i nostri valligiani e tecnici, e ogni due o tre anni una alluvione disastrosa che distrugge le nostre case…

Marco Cavaletto
già direttore regionale
Responsabile Risarcimenti alle imprese colpite da calamità naturali

One thought on “Il bosco come bene comune”
  1. Mi sembra una descrizione molto chiara e dettagliata del problema. La diagnosi è fatta. Anche le implicazioni climatiche sono ben rilevate. Forse occorrerebbe indicare meglio e più
    in particolare i compiti e le iniziative che i proprietari privati devono assumere nell’immediato e così pure i doveri degli enti pubblici e dello stato

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