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Ftx e Ucraina, la strana coppia: un impero nato dal nulla

Qualche giorno fa avevo accennato a un rapporto opaco e tutt’altro che secondario tra la fallita FTX, il Partito democratico americano e l’Ucraina. Un intreccio che, a rileggerlo oggi, appare meno bizzarro e molto più inquietante. La parabola del suo fondatore, Sam Bankman-Fried, è emblematica: diventato miliardario in tempi irreali, osannato come genio della finanza digitale, salvo poi precipitare in uno dei fallimenti più clamorosi della storia recente. Cose che non accadono nel mondo normale, ma che nelle operazioni di copertura accadono eccome.

Il fallimento “senza precedenti”

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A certificare il disastro non è stato un complottista, ma l’amministratore fallimentare appena nominato, che ha parlato di “un fallimento totale dei controlli aziendali” e di una “assenza completa di informazioni finanziarie affidabili”. Parole pesantissime, che descrivono FTX come una scatola vuota, concentrata nelle mani di pochi individui inesperti e potenzialmente compromessi. Una società di comodo, verrebbe da dire, creata per certi scopi e fatta crollare una volta raggiunti.

I fondi per Kiev e le tracce che spariscono

Quali fossero questi scopi resta difficile stabilirlo con certezza, ma un dato è incontrovertibile: gli sforzi del governo ucraino per cancellare dal web ogni traccia di un accordo di raccolta fondi in criptovalute con FTX. Secondo documenti recuperati da The Grayzone, decine di milioni di dollari sarebbero stati raccolti attraverso FTX per il governo di Kiev, destinati a usi legati allo sforzo bellico.

Qui nasce la domanda che nessuno vuole fare: quelle somme sono state davvero raccolte? E se sì, dove sono finite? Si parla di 60 milioni di dollari, forse molti di più. Le cifre sono incerte, ma il silenzio è assordante.

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Donazioni di guerra o giro di ritorno politico?

Il sospetto – sempre più fondato – è che le partecipazioni dei clienti FTX siano state incanalate illegalmente nella guerra per procura dell’Occidente. Oppure, scenario ancora più cinico, che parte di quei fondi sia rientrata negli Stati Uniti per alimentare le campagne democratiche delle elezioni di medio termine. Se Kiev oggi ripulisce la rete, è perché qualcosa non deve emergere.

Media distratti e relazioni imbarazzanti

Mentre l’informazione mainstream si perde nei dettagli folkloristici del crack FTX, ignora sistematicamente la questione ucraina. Eppure Bankman-Fried non aveva mai nascosto la sua intimità finanziaria con il governo del presidente Volodymyr Zelensky. La partnership fu annunciata pubblicamente il 14 marzo, quando CoinDesk diede notizia della piattaforma “Aid for Ukraine”, pensata per convogliare donazioni in criptovalute.

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La pagina cancellata e la tempesta in arrivo

Fino a fine ottobre quella pagina invitava esplicitamente ad “aiutare l’Ucraina con le criptovalute” e a “non lasciarci soli con il nemico”, ospitando persino appelli diretti di Bankman-Fried. Poi, improvvisamente, la pagina viene cancellata e sostituita con un’altra. Nessuna spiegazione ufficiale. Ma il tempismo è rivelatore: a Kiev sapevano che stava arrivando la tempesta.

Soldi, politica e coincidenze troppo perfette

La cronologia è illuminante. FTX nasce nell’aprile 2019, in contemporanea con l’annuncio della candidatura presidenziale di Joe Biden. Durante la campagna 2020, Bankman-Fried dona oltre 5 milioni di dollari ai democratici. Nel 2022 arriva a sfiorare i 40 milioni, diventando il secondo donatore individuale dopo George Soros. Non pago, promette addirittura 1 miliardo di dollari entro il 2024.

Poi, il 14 ottobre, il dietrofront improvviso: definisce quella promessa “stupida”. Una settimana dopo, il Texas State Securities Board annuncia un’indagine su FTX. Kiev chiude il sito delle donazioni. Coincidenze? Solo per chi vuole crederci.

Il villaggio Potëmkin digitale

FTX appare oggi come un moderno villaggio Potëmkin: facciata luccicante, dietro il nulla. Un’illusione venduta a investitori, utenti e governi, mentre sullo sfondo si muovevano denaro, guerra e potere politico. E come spesso accade, quando la scenografia crolla, restano le macerie… e le domande senza risposta.

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Pubblicato inEconomia

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