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La Storia a pezzi: il cimitero dei faldoni nei tribunali italiani

Non è un mistero che in Italia la burocrazia sia lenta. Lenta come la nebbia che sale al mattino o come una tartaruga stanca dopo una maratona. Ma c’è un’altra lentezza, meno visibile ma infinitamente più pericolosa: quella che sta sgretolando anni, decenni, anzi, secoli di storia nazionale conservata nei faldoni ammuffiti e dimenticati negli archivi dei tribunali. E mentre la polvere copre le prove di scandali, stragi e complotti, c’è chi, come Umberto Valloreja, cerca disperatamente di salvare il salvabile. Ma indovinate un po’? Nessuno lo ascolta.

Silenzio di Stato: l’arte della non risposta

Valloreja, ex funzionario del Tribunale di Milano e paladino della memoria storica, scrive lettere accorate ai ministri della Giustizia, uno dopo l’altro. Prima Bonafede, che almeno si è degnato di convocarlo in venti giorni (un record, quasi un miracolo burocratico!), e ora Carlo Nordio, che invece è passato direttamente al “silenzio radio”. Ha scritto il 3 ottobre scorso. Oggi siamo a dicembre, e ancora nulla. Nada. Zero. Non una risposta, non un segnale di fumo, non un piccione viaggiatore con un bigliettino scarabocchiato. Forse Nordio è troppo impegnato con altre questioni, come far finta di nulla davanti alla dissoluzione della memoria storica del Paese.

Archivio o discarica? 5.421 faldoni in pericolo

In un’epoca in cui parliamo tanto di digitalizzazione, il Tribunale di Milano ha una lista d’attesa per il “salvataggio” più lunga di quella per una risonanza magnetica. 5.421 faldoni in pessimo stato di conservazione, e non parliamo certo di vecchi scontrini fiscali o verbali di condominio. Parliamo di pezzi fondamentali della storia italiana: i processi per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia, per gli omicidi Tobagi e De Mauro, le indagini su Scientology e il celebre “Duomo Connection” della mafia milanese.

E ancora: Mani Pulite, il finanziamento illecito ai partiti, i processi di Berlusconi. Insomma, tutto il meglio (o il peggio) di quello che l’Italia ha da offrire. Documenti che non raccontano solo crimini e corruzione, ma che sono l’anima della nostra storia, l’autopsia di un sistema sociale che fatica a imparare dai propri errori.

Il macero della memoria

E qui arriva il colpo di scena da film noir. Valloreja racconta di un episodio emblematico: si stava per gettare al macero un’intera sezione dell’archivio, quando un fascicolo scolorito gli ha attirato l’attenzione. Dentro, c’erano i documenti del giudice istruttore sul caso Pietro Valpreda, accusato ingiustamente per la strage di Piazza Fontana. Avete capito bene: stavamo per buttare via pezzi cruciali della nostra storia giudiziaria come se fossero vecchi giornali. E sapete perché? Perché chi lavora negli archivi non è formato per riconoscere l’importanza di quei documenti. “Non sono archivisti, ma tecnici”, dice Valloreja. E noi? Noi affidiamo loro un patrimonio di inestimabile valore.

Il progetto Memento: l’ultima speranza

In un panorama tanto desolante, c’è un’idea che potrebbe fare la differenza: il progetto Memento. Ideato da Valloreja e dal professor Angelo Ventrone, si propone di creare un “catasto archivistico nazionale” in formato digitale, gestito da un ministero o dall’Archivio centrale dello Stato. L’idea è ambiziosa: raccogliere tutti i documenti storici, renderli accessibili e processabili con l’intelligenza artificiale. Un sogno per gli studiosi e i magistrati, che potrebbero analizzare migliaia di documenti contemporaneamente. Ma, come sempre, c’è un ma: mancano i fondi e, soprattutto, manca la volontà politica.

La tragedia dei ministeri silenti

C’è da chiedersi dove sia finita la responsabilità istituzionale. Valloreja non è il primo a denunciare il problema. Già qualche anno fa, il Comitato consultivo sulle attività di versamento all’Archivio Centrale dello Stato aveva sollevato il caso: interi archivi ministeriali, come quello dei Trasporti dal 1968 al 1985, sono semplicemente scomparsi. Avete capito bene: anni cruciali per la storia del terrorismo e delle stragi in Italia, svaniti nel nulla come una magia di Houdini.

Le interrogazioni parlamentari ci sono state, certo. Ma si sa come funziona in Italia: si grida allo scandalo per qualche settimana, poi tutti si dimenticano e si va avanti. E intanto, la nostra memoria storica continua a dissolversi.

Lezione dal passato (ma qualcuno l’ascolta?)

Guardando a questa vicenda, la sensazione è che l’Italia stia vivendo un paradosso: un Paese ossessionato dalla memoria, ma incapace di proteggerla. Siamo i campioni mondiali delle commemorazioni, delle lapidi, delle targhe. Celebriamo ogni anniversario, dalle stragi ai grandi processi, con discorsi commoventi e corone di fiori. Ma poi? Poi lasciamo marcire i documenti negli scantinati, fino a quando non è troppo tardi.

È una schizofrenia tutta italiana: da una parte piangiamo le vittime e lodiamo il lavoro dei magistrati, dall’altra lasciamo che il frutto di tutto quel lavoro venga mangiato dai topi e distrutto dall’umidità.

L’urgenza di agire

La soluzione non è semplice, ma è urgente. Servono fondi, certo, ma servono anche idee chiare e una visione a lungo termine. Non possiamo continuare a trattare la nostra memoria storica come un peso inutile, qualcosa da archiviare in tutti i sensi. Dobbiamo investire nella formazione di archivisti competenti, nel recupero e nella digitalizzazione dei faldoni, e in una rete di archivi che permetta a studiosi, magistrati e cittadini di accedere facilmente a questi documenti.

E soprattutto, servirebbe un ministro della Giustizia che risponda alle lettere. Ma forse è chiedere troppo.

La memoria che non abbiamo più

Il caso dei faldoni a rischio è l’emblema di un’Italia che non sa valorizzare il proprio passato. È la storia di un Paese che si lamenta, si indigna, si scandalizza, ma poi non fa nulla per cambiare davvero le cose. E intanto, pezzo dopo pezzo, perdiamo la nostra memoria. Forse un giorno ci sveglieremo e ci accorgeremo che è troppo tardi. Ma a quel punto, non ci saranno più faldoni da salvare. E allora, chi ricorderà la nostra storia?

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Pubblicato inGiustizia

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