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Ritorno al futuro della scuola italiana

Cosa ci fa un paese che un tempo fu culla della civiltà, del diritto e del Rinascimento, ma che ora si accapiglia su TikTok e si aggiorna su Wikipedia? Ci fa una riforma scolastica, signore e signori! Finalmente, dopo anni di “storia light” e “geografia per turisti”, il ministro Valditara decide di riportare un po’ di serietà nelle aule. Applausi, vero? Ma sì, facciamoli pure, anche se, come al solito, il diavolo si nasconde nei dettagli.

Torna la storia! Ma quale storia?

Cominciamo da qui: torna la storia. E grazie al cielo, verrebbe da dire. Perché diciamocelo, negli ultimi anni la storia nelle scuole italiane è stata trattata come un optional, tipo i sedili riscaldati in un’utilitaria. Poca roba, e per lo più concentrata su fascismo e antifascismo, come se il mondo fosse nato nel 1922 e finito nel 1945. Ora, finalmente, ci si ricorda che prima della Seconda Guerra Mondiale c’è stato qualcosa. Tipo l’Impero Romano, Dante Alighieri, il Rinascimento… insomma, quel piccolo dettaglio che chiamiamo civiltà italiana.

Ma attenzione, perché qui cominciano le dolenti note. Perché non basta dire “torna la storia”: bisogna anche decidere quale storia. E soprattutto, chi la racconta. Perché se a raccontarla è lo stesso docente che fino a ieri si lamentava dei ragazzi che “non leggono più i giornali”, siamo fritti. Per non parlare del fatto che qualcuno, inevitabilmente, tirerà fuori la solita accusa: “Valditara vuole una storia nazionalista, provincialotta, suprematista!”. E via con le polemiche.

La geografia: perché sapere dove siamo non fa male

E poi c’è la geografia. Finalmente, anche questa materia risorge dalle ceneri. Perché diciamocelo, negli ultimi vent’anni il livello medio della conoscenza geografica degli italiani era pari a quello di un turista americano: confondiamo l’Emilia con la Romagna e pensiamo che il Molise sia una leggenda metropolitana. Ora, ci viene detto, si tornerà a studiare le montagne, i fiumi, le città. E speriamo che ci insegnino anche che l’Italia non è solo un posto dove andare in vacanza, ma un paese con una storia, una cultura e, incredibile ma vero, una dignità.

Certo, anche qui ci sarà chi storcerà il naso: “Ma come, si studia solo l’Italia? E il resto del mondo?”. Tranquilli, cari internazionalisti da salotto: nessuno vuole cancellare il mondo, ma forse è il caso di imparare anzitutto dove si trova il Monte Bianco prima di preoccuparsi del Kilimangiaro.

Il latino: il ritorno del grande assente

Ed ecco il colpo di scena: torna il latino, anche alle scuole medie. E qui il dibattito si accenderà come un falò in piena estate. Da un lato, gli entusiasti: “Finalmente i ragazzi impareranno la lingua dei nostri antenati!” Dall’altro, i disfattisti: “Ma a che serve il latino nel 2025? Meglio imparare il coding!”

La verità, come sempre, sta nel mezzo. Perché è vero che il latino non ti aiuta a programmare un’app, ma ti insegna a pensare, a ragionare, a capire che dietro le parole ci sono idee, storie, mondi. Certo, bisognerà vedere se il ritorno del latino sarà una cosa seria o l’ennesima trovata facoltativa per chi ha tempo e voglia. Ma intanto, applaudiamo il coraggio di provarci.

Ma la scuola di oggi è pronta per tutto questo?

Ed eccoci al nodo della questione: come si mettono in pratica tutte queste belle idee? Perché non basta dire “torna la storia, torna il latino, torna la cultura umanistica”. Bisogna anche avere i docenti, le strutture, i programmi. E qui, mi spiace dirlo, ma la situazione è quella che è.

Avete presente quelle aule con le finestre che non si chiudono, le sedie rotte, i registri elettronici che funzionano una volta su tre? Ecco, questa è la scuola italiana. E in questo contesto, pretendere di insegnare Dante e Omero rischia di diventare una missione impossibile. Per non parlare del fatto che i docenti, poveretti, sono ormai trattati come babysitter sottopagate.

E qui c’è un altro problema: la mentalità. Perché diciamolo chiaramente, negli ultimi anni la scuola italiana ha subito una mutazione genetica. Da luogo di formazione e cultura, è diventata una succursale del mondo del lavoro. “Impara l’inglese! Impara il coding! Impara a fare il curriculum vitae!”. Come se il compito della scuola fosse solo quello di produrre lavoratori efficienti, e non persone capaci di pensare.

Le polemiche non mancheranno

E ora, prepariamoci allo spettacolo. Perché, senza dubbio alcuno, questa riforma scatenerà un putiferio. Da una parte, ci saranno quelli che accuseranno Valditara di voler riportare la scuola al Medioevo. “Una scuola reazionaria! Nazionalista! Suprematista!”. Dall’altra, ci saranno quelli che diranno che non è abbastanza. “Sì, bello il latino, ma dove sono i laboratori di robotica?” Insomma, ce n’è per tutti i gusti.

E in mezzo, come sempre, ci saranno gli studenti. Quei poveri ragazzi che dovranno cercare di orientarsi tra programmi che cambiano ogni due anni, docenti frustrati e genitori che pretendono che la scuola faccia tutto: educare, istruire, intrattenere.

Un passo nella direzione giusta

Ma nonostante tutto, voglio essere ottimista. Perché questa riforma, con tutti i suoi limiti, va nella direzione giusta. Ridare dignità alla scuola, riportare l’attenzione sulla cultura, sulla storia, sulla nostra identità. Certo, non sarà facile. Ci saranno ostacoli, polemiche, resistenze. Ma almeno, finalmente, qualcuno ha avuto il coraggio di provarci.

E quindi, bentornata scuola! Bentornati maestri, docenti, insegnanti – cioè persone che lasciano un segno. Speriamo solo che non sia l’ennesima occasione sprecata. Perché se c’è una cosa che non possiamo permetterci di perdere, è proprio questo: la memoria, la cultura, l’idea di chi siamo. E chi vogliamo essere.

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Pubblicato inIstruzione

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