Un disastro su tutta la linea
I referendum promossi dalla Cgil si chiudono con un dato impietoso: affluenza poco sopra il 30%, ben lontana dal quorum del 50% più uno necessario per renderli validi. Non è solo una sconfitta tecnica. È una disfatta politica, una débâcle comunicativa, un colpo durissimo per chi voleva usarli per colpire il governo.
In prima fila Maurizio Landini, segretario della Cgil, che aveva trasformato la consultazione in un banco di prova personale. Doveva essere la sua consacrazione come leader extraparlamentare dell’opposizione. È diventato invece il simbolo di un sindacalismo autoreferenziale e scollegato dal Paese reale.
Landini fallisce: la base non lo segue
Per settimane, la macchina della Cgil ha martellato con slogan su diritti, giustizia sociale, Costituzione, lavoro stabile. Ma il risultato alle urne è stato chiarissimo: il Paese non ha risposto. Non lo hanno fatto nemmeno i lavoratori, nemmeno gli iscritti.
Il distacco tra vertice sindacale e base è ormai strutturale. La gente non si mobilita più per parole vuote, né per battaglie che sembrano più mirate a costruire carriere politiche che a risolvere problemi concreti. Il sindacato di Landini ha parlato tanto, ma non ha ascoltato nessuno.
Retorica sgonfiata e doppie verità
La campagna è affondata anche sotto il peso delle contraddizioni. Mentre Landini invocava la “dignità del lavoro” dai palchi, la stessa Cgil licenziava dipendenti senza rispettare le sentenze, firmava contratti a condizioni miserevoli, e faceva melina sulla trasparenza interna. La distanza tra predicazione e prassi non è più sostenibile nemmeno per chi ci credeva una volta.
Schlein paga lo scotto: il PD diviso e paralizzato
Nel disastro si trascina anche Elly Schlein, che con scarso fiuto ha legato il nome del Partito Democratico alla campagna referendaria. Un errore strategico che ha diviso il partito: da un lato i fedelissimi che hanno sposato la linea Cgil, dall’altro un’area sempre più ampia che ha scelto l’astensione come presa di distanza. Il Pd ne esce lacerato, confuso, senza una linea chiara sul lavoro né una leadership credibile.
Il centrodestra ringrazia: Meloni rafforzata
Ma la conseguenza politica più eclatante è questa: chi voleva affondare il governo Meloni ha sortito l’effetto contrario. La premier, che non si è mai davvero spesa contro i referendum, ha potuto osservare in silenzio il naufragio di una manovra tutta interna all’opposizione. E ora ne esce rafforzata.
Il centrodestra può rivendicare tre fatti: ha tenuto un profilo istituzionale, lasciando che i referendum si bruciassero da soli; Non ha ceduto alle provocazioni sulla “dittatura del governo”, respingendo gli attacchi senza retorica; è l’unico blocco politico rimasto compatto e credibile agli occhi di un elettorato stanco delle battaglie ideologiche.
Il messaggio che arriva dai seggi è chiaro: l’opposizione non ha né forza né popolo. E chi oggi guida il Paese ha ancora una riserva di legittimità e fiducia che la sinistra continua a sottovalutare.
Referendum come specchio del fallimento strategico
Il flop dei referendum non è un incidente. È il riflesso di un’intera strategia politica fallita. Landini ha cercato di usare il consenso residuo della Cgil per imporsi come nuova figura guida dell’opposizione. Ha strizzato l’occhio a una sinistra radicale disorganica, sperando di costruire una leadership alternativa a Schlein. E magari – in prospettiva – candidarsi al Parlamento, magari con l’appoggio di un nuovo soggetto a sinistra.
Ma il progetto è crollato al primo esame reale con gli elettori.
Un boomerang da manuale
Quello che doveva essere un colpo al governo, si è trasformato in un boomerang perfetto. Ha colpito chi l’ha lanciato. Ha lasciato a terra il sindacato promotore, ha spaccato l’opposizione, ha ridato ossigeno all’esecutivo.
E ora? Per Landini restano due opzioni: provare a rientrare in gioco dalla porta della politica, magari cercando un seggio e una seconda vita parlamentare, oppure accettare che la stagione della militanza sindacale è finita anche per lui, travolta da un’Italia che – semplicemente – non lo segue più.

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