La declassificazione dei verbali del Comitato Tecnico-Scientifico (CTS) sulla gestione della pandemia da COVID-19 ha aperto uno squarcio nelle narrazioni ufficiali che per mesi hanno sostenuto l’operato del governo Conte. Ciò che emerge non è il racconto di una nazione guidata dalla scienza, come si è ripetuto in conferenze stampa e interviste, ma quello di un processo decisionale in cui la politica ha sovrastato le indicazioni tecniche. I documenti resi pubblici — peraltro solo in parte — rivelano contraddizioni, ritardi e omissioni che chiamano in causa non soltanto il Presidente del Consiglio e i suoi ministri, ma anche i vertici sanitari e i membri stessi del CTS, responsabili di non aver imposto con sufficiente forza le proprie raccomandazioni.
Trasparenza negata e concessa a metà
L’episodio stesso della desecretazione è già una cartina di tornasole della gestione opaca dell’emergenza. Solo a seguito della pressione della Fondazione Luigi Einaudi e di un pronunciamento del TAR, Palazzo Chigi ha consegnato i verbali, evitando un braccio di ferro legale che avrebbe ulteriormente incrinato l’immagine del governo. Ma la pubblicazione ha riguardato appena cinque documenti — il n. 12 (28 febbraio), il n. 14 (1 marzo), il n. 21 (7 marzo), il n. 39 (30 marzo) e il n. 49 (9 aprile) — lasciando fuori le riunioni decisive dei primi di marzo, quando si discuteva della zona rossa in Val Seriana.
Questa esclusione non può essere letta come un semplice atto di archiviazione: è una mutilazione della memoria storica dell’evento, che impedisce di valutare pienamente la catena delle responsabilità. I documenti integrali possono essere consultati sul sito della Fondazione Luigi Einaudi e nell’archivio del Dipartimento della Protezione Civile.
Quando la politica ha zittito la scienza
I verbali disponibili mostrano con chiarezza che il CTS aveva proposto misure differenziate, mirate alle aree più colpite. Nel verbale del 7 marzo 2020 si legge infatti la proposta di “adottare due livelli di misure di contenimento: uno nei territori in cui si è osservata maggiore diffusione del virus, l’altro sul territorio nazionale”.
La decisione di Giuseppe Conte e del ministro Roberto Speranza di estendere il confinamento a tutto il Paese — senza richiamarsi esplicitamente alle raccomandazioni del Comitato — è una scelta che ha ribaltato il metodo scientifico in favore di un approccio politico-mediatico. Non si trattò di un errore di interpretazione, bensì di una strategia che privilegiava l’impatto simbolico e la percezione di “controllo totale” rispetto all’efficacia mirata delle misure.
Le responsabilità diffuse
Non si può, tuttavia, assolvere completamente il CTS e gli altri soggetti istituzionali coinvolti. Nel verbale del 1° marzo 2020, il Comitato raccomandava che “la popolazione, per tutta la durata dell’emergenza, debba evitare, nei rapporti interpersonali, strette di mano e abbracci”, segno che già allora si delineava una strategia preventiva chiara.
Eppure, i membri del Comitato — compresi i vertici dell’Istituto Superiore di Sanità — non pretesero con forza la trasparenza né denunciarono pubblicamente le divergenze tra ciò che consigliavano e ciò che veniva attuato. L’atteggiamento prudente, se non remissivo, di parte della comunità tecnico-scientifica ha contribuito a creare una narrazione monolitica, in cui la complessità e il dissenso interno venivano cancellati a beneficio di un’immagine unitaria del “fronte anti-Covid”.
Omissioni e zone d’ombra
Il vuoto documentale relativo alla mancata istituzione della zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro resta una delle ferite più gravi. Nel verbale del 3 marzo 2020 (non pubblicato nei primi cinque desecretati, ma successivamente reso disponibile), il CTS suggeriva “le stesse misure restrittive adottate per gli altri comuni delle zone rosse”.
Che quelle riunioni siano state inizialmente escluse lascia spazio a un sospetto legittimo: alcune scelte politiche potrebbero essere state dettate da calcoli economici o pressioni locali, più che da valutazioni sanitarie. La mancata chiarezza su questo punto priva i cittadini di un elemento fondamentale per giudicare l’operato delle istituzioni durante la fase più drammatica dell’emergenza.
Comitato Tecnico-Scientifico connivente
La vicenda dei verbali desecretati racconta molto più di quanto sembri a prima vista. Racconta di un governo che, pur proclamando di “seguire la scienza”, l’ha spesso piegata alle esigenze della propria strategia politica. Racconta di un Comitato Tecnico-Scientifico che, pur consapevole delle divergenze, ha accettato il silenzio e la subordinazione. Racconta, infine, di un Paese che ha subito decisioni epocali senza poter accedere, se non mesi dopo e in forma parziale, alle informazioni necessarie per comprenderne davvero le motivazioni.
In un’emergenza sanitaria di portata storica, la trasparenza e la responsabilità condivisa sarebbero dovute essere il fondamento dell’azione pubblica. Invece, ne è rimasto solo un simulacro, protetto da un velo di segretezza e di convenienza politica.

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