Ogni epoca ha il suo grande non detto, quel segreto che aleggia come un fantasma sopra i palazzi del potere e che tutti fingono di non vedere. Nel nostro tempo quel fantasma ha un nome preciso: Jeffrey Epstein. Per anni il suo dossier è rimasto lì, sepolto in qualche archivio federale come un peccato ingombrante che non si poteva confessare. Le voci, però, non sono mai morte. Hanno continuato a scorrere come un fiume sotterraneo finché, improvvisamente, ecco tornare la sete di verità. Una sete tardiva e sospetta, che ha fatto risorgere il caso con tutta la sua carica di ipocrisia, omertà e complicità eccellenti. A questo punto, più che una rivelazione, rischia di essere un esame di coscienza collettivo.
Il segreto che torna a galla
La storia del dossier Epstein somiglia a quei peccati che tutti conoscono ma che nessuno vuole confessare, finché qualcuno non spalanca la porta e costringe i presenti a guardarsi allo specchio. Per anni il fascicolo è stato trattato come una leggenda urbana scomoda, un rumore di fondo da ignorare per non rovinare l’atmosfera nei salotti dorati dell’élite. Poi, di colpo, la sete di trasparenza: la CNN che chiede a gran voce l’apertura degli “Epstein files”, gli stessi che per quattro anni hanno fatto finta che non esistessero, come se il tempo potesse cancellare la memoria collettiva.
L’impero della corruzione morale
Epstein non era un finanziere qualsiasi. Era il burattinaio di un sistema subdolo che usava minorenni per soddisfare i vizi di miliardari travestiti da filantropi. Il suo jet privato, il “Lolita Express”, portava in un’isola delle Vergini Americane che di vergine non aveva più nulla: un paradiso tropicale trasformato in una fabbrica di abusi, il tutto circondato da un silenzio complice lungo anni. Quando fu arrestato e messo sotto “sorveglianza”, riuscì misteriosamente a togliersi la vita. O meglio, a farsi togliere la voce. Una coincidenza troppo perfetta per essere vera, in una vicenda dove l’unica verità evidente è il numero spropositato di potenti che avevano interesse a far calare il sipario.
L’ipocrisia dei moralisti
La lista dei frequentatori del suo mondo è lunga e imbarazzante. Bill Clinton era un habitué del jet privato, gli accademici facevano la fila per le donazioni, le star progressiste – quelle sempre col ditino alzato – si affrettavano a difenderlo in nome di una generosità molto selettiva. Trump lo conosceva, certo, ma lo allontanò in fretta, capendo al volo che quell’uomo portava più guai di un temporale d’agosto. Ma questa parte, chissà perché, ai media non è mai piaciuto raccontarla. Troppo impegnati a costruire narrazioni dove il colpevole è sempre lo stesso bersaglio di comodo.
Le complicità dell’élite culturale
Epstein distribuiva denaro ovunque, proprio come un gangster che vuole sentirsi accettato dal quartiere che per anni l’ha ignorato. Università, fondazioni, lobby progressiste: tutti incassavano con solerzia, nessuno chiedeva. E oggi vedere Harvard risvegliarsi scandalizzata è quasi comico. Larry Summers, ex presidente dell’ateneo, intratteneva con Epstein rapporti confidenziali ben oltre la condanna del finanziere, arrivando persino a chiedergli consigli personali. Ora parla di “vergogna”. Certo, ma solo dopo essere stato beccato.
La danza di chi finge di indignarsi
Adesso improvvisamente tutti vogliono i dossier. Gli stessi che per anni hanno finto di non vedere l’isola incriminata. Gli stessi che urlavano “credete alle donne” mentre facevano finta di nulla davanti a un traffico di minorenni che avrebbe dovuto indignare il mondo intero. Chiedono trasparenza perché pensano di esserne usciti indenni. Ma quando il sipario si aprirà, scopriremo chi ha volato gratis ai Caraibi, chi ha incassato assegni sporchi e chi ancora oggi posa come un agnellino dopo aver banchettato nell’ombra.
La domanda che brucia
Il problema non è Epstein. È il coro di complici, di beneficiati, di omertosi di lusso che per anni ha taciuto, protetto, giustificato. Sono loro la vera sostanza del dossier. Uomini e donne che predicavano moralità mentre si inginocchiavano davanti al potere, pronti a sacrificare la decenza per un posto a tavola o un volo di piacere.
Ed è qui che la verità diventa implacabile. Perché chi ripulisce la propria immagine mentre nasconde la lista degli invitati non è un giusto. È semplicemente un attore che recita per convenienza.
E quando il dossier verrà davvero aperto, gli specchi non basteranno più.

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