C’è una soglia che, una volta superata, toglie ogni alibi. In Nigeria il genocidio dei cristiani ha oltrepassato quella soglia: non si limita più ai campi bruciati, ai villaggi svuotati, ai contadini massacrati nel silenzio delle campagne. Ora entra nelle chiese, durante la preghiera, e rapisce i fedeli in ginocchio. Se questo non è persecuzione religiosa sistematica, allora le parole hanno perso ogni significato.
A dirlo senza giri di parole è da anni il vescovo Wilfred Anagbe, che non teme di chiamare le cose con il loro nome. «Non ho paura a chiamarlo genocidio dei cristiani», ha dichiarato. Non è un’esagerazione emotiva, ma la fotografia di una diocesi devastata, quella di Makurdi, nello Stato di Benue, dove 21 parrocchie sono state cancellate, migliaia di persone uccise e decine di migliaia costrette alla fuga.
Una jihad che cambia volto ma non obiettivo
Anagbe ha parlato davanti al Parlamento Europeo di una “Jihad avvolta con molti nomi”: terrorismo, banditismo, rapimenti, pastori assassini. Cambiano le etichette, non cambia il disegno. Villaggi cristiani assaltati, case saccheggiate, chiese distrutte, contadini uccisi uno a uno. Dopo, come se fosse la fase due di un copione già scritto, arrivano i Fulani dalla Nigeria e da altri Paesi a occupare le terre svuotate. La demografia viene riscritta col sangue.
Eppure, dall’Occidente arrivano sempre le stesse formule anestetizzanti: conflitti locali, tensioni etniche, cambiamenti climatici. Ma allora perché i massacri? Perché le terre non vengono restituite alle comunità cristiane che vogliono solo tornare a vivere in pace? In quale Paese si uccide per il clima? La domanda resta sospesa, perché la risposta costringerebbe a rompere il silenzio.
Makurdi, Benue: il laboratorio dell’espulsione
I campi per sfollati nel Benue esistono dal 2001, ma dal 2018 la violenza ha assunto un ritmo metodico. A Mbalom, durante un funerale, furono uccise 16 persone, tra cui due sacerdoti. Un segnale chiarissimo. Da allora gli attacchi non si sono fermati, anzi. Secondo Amnesty International, circa 2.600 persone, in maggioranza donne e bambini, sono state uccise tra gennaio 2023 e febbraio 2024 in oltre cinquanta comunità del Benue. Nel 2025 la situazione è ulteriormente peggiorata. Benue, un tempo definito il “cestino alimentare della nazione”, oggi produce meno cibo perché i cristiani sono stati cacciati dalle loro terre.
La svolta del 2026: la violenza entra in chiesa
Ed eccoci all’ultimo, inquietante sviluppo. Nel gennaio 2026 la persecuzione ha compiuto un salto di qualità. Nello Stato di Kaduna, gruppi armati hanno assaltato chiese durante le funzioni religiose, rapendo in massa i fedeli. Oltre 160 cristiani sono stati sequestrati mentre pregavano, in diversi villaggi. Alcuni sono riusciti a fuggire, molti risultano ancora dispersi. Non si tratta di episodi isolati né di “banditismo casuale”: è un messaggio chiaro. Non siete al sicuro nemmeno davanti all’altare.
Questo dato va inserito dentro il quadro già tracciato da Anagbe, non come una notizia a sé. La logica è la stessa: colpire i cristiani come comunità, spezzarne il tessuto sociale, trasformare la fede in un bersaglio. Dopo i campi, le case e le scuole, ora tocca alle chiese. È la conferma che non siamo davanti a disordine, ma a una persecuzione strutturata.
La politica che si adegua e la verità che arretra
La tragedia diventa ancora più amara se si guarda alla risposta delle istituzioni. Dal 2023 il governatore del Benue è Hyacint Alia, ex sacerdote cattolico oggi sospeso a divinis. Ha scelto la carriera politica e si è allineato alla narrazione del potere federale, quello del presidente Tinubu. La persecuzione viene diluita, ricondotta a problemi di sicurezza generica. Anagbe non polemizza, ma chiede almeno che i campi per sfollati vengano umanizzati. Anche questo, però, resta spesso lettera morta.
Campi di sfollati: l’inferno dopo l’inferno
Chi scampa ai massacri entra in un girone altrettanto crudele. Nei campi la vita è disumana: prostituzione diffusa, anche minorile, tratta di esseri umani, bambini senza scuola. Ci sono famiglie che vendono un figlio per nutrire gli altri. Malnutrizione, malattie, traumi psicologici profondi. La diocesi fa quello che può, ma senza aiuti adeguati è una battaglia impari. Servono cure per i disturbi post-traumatici, assistenza psicologica, lavoro. E soprattutto il ritorno alle terre, che restano occupate.
La cospirazione del silenzio
Già nel 2022 Anagbe aveva invitato la comunità internazionale ad abbandonare la “cospirazione del silenzio”. Oggi, dopo i rapimenti nelle chiese, quel silenzio è diventato complicità morale. Non tutti i vescovi nigeriani condividono la sua franchezza; lui non cerca scontri interni. Dà voce a un popolo dimenticato. Ma l’Europa continua a guardare altrove, come se il genocidio dei cristiani fosse una notizia imbarazzante, da trattare sottovoce.
Eppure la storia insegna che chi tace davanti al male finisce sempre per giustificarlo. Oggi i cristiani vengono uccisi nelle campagne. Oggi vengono rapiti nelle chiese. Domani qualcuno dirà di non sapere. È una bugia che il mondo ha già pronunciato troppe volte.

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