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Negozi fantasma: l’Italia delle saracinesche abbassate

C’è un rumore che nelle città italiane si sente sempre più spesso. Non è il traffico, né il brusio delle piazze. È il clang secco delle saracinesche che si abbassano per l’ultima volta. Una dopo l’altra. Senza clamore. Senza funerale. Ma con conseguenze enormi per il tessuto economico e sociale del Paese.

Negli ultimi tredici anni l’Italia ha visto scomparire 156 mila negozi tra commercio al dettaglio e ambulante. Non si tratta di una flessione congiunturale o di un incidente temporaneo del mercato. È una trasformazione strutturale del commercio urbano, una vera e propria desertificazione che sta ridisegnando il volto delle città.

I numeri emergono dall’analisi Città e demografia d’impresa realizzata dall’Ufficio studi di Confcommercio, che ha analizzato 122 città italiane, tra capoluoghi di provincia e grandi centri urbani. Il quadro che ne esce è chiaro: oltre un quarto delle attività commerciali è sparito dal 2012 al 2025.

E il fenomeno non rallenta. Al contrario accelera.

Nel 2025 il tasso medio annuo di desertificazione commerciale è arrivato al 3,1%, quando nelle analisi precedenti si fermava attorno al 2,2%. Un incremento apparentemente piccolo, ma che nella realtà significa intere vie commerciali svuotate di negozi.

Il Piemonte tra i territori più colpiti

Se la crisi del commercio riguarda tutta la penisola, il Piemonte è una delle regioni dove il fenomeno appare più evidente.

Diverse città piemontesi compaiono infatti ai vertici della classifica nazionale delle perdite di negozi. Non è un caso isolato, ma una tendenza diffusa che riguarda gran parte del territorio regionale.

Il caso più emblematico è Vercelli, che negli ultimi tredici anni ha perso quasi il 35% delle attività commerciali. Una cifra impressionante, che colloca la città tra le prime cinque in Italia per riduzione del commercio al dettaglio.

Subito dietro si trova Alessandria, con una contrazione del 33,7%, seguita da Asti, dove oltre un negozio su tre ha chiuso i battenti.

Anche altre città piemontesi mostrano numeri pesanti: Novara registra una perdita del 31,7%, mentre Biella supera il 30%.

Nemmeno Torino, storicamente uno dei principali poli commerciali del Paese, riesce a sottrarsi alla tendenza. Nel capoluogo piemontese il numero dei negozi è diminuito di oltre un quarto (-26,4%).

L’unica città piemontese che mostra una maggiore capacità di tenuta è Cuneo, dove la perdita si ferma al 16,3%, una delle percentuali più basse tra i comuni analizzati.

Il Nord perde più negozi del Sud

Uno degli aspetti più sorprendenti dello studio riguarda la geografia del declino commerciale.

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il Nord Italia è oggi l’area dove si perdono più negozi. Tra le città con i cali più pesanti compaiono Belluno, Pesaro, Trieste, Savona e Alessandria, tutte con perdite superiori al 30%.

Questo significa che la crisi del commercio urbano non è più soltanto un problema delle aree economicamente fragili, ma colpisce anche territori storicamente solidi dal punto di vista produttivo.

Il risultato è evidente: sempre più locali vuoti, vetrine spente e vie commerciali impoverite.

L’e-commerce cambia il modo di comprare

Dietro questa trasformazione c’è innanzitutto la rivoluzione digitale nei consumi.

Il commercio online negli ultimi anni ha modificato radicalmente il rapporto tra cittadini e negozi. Nel 2025 l’e-commerce rappresenta l’11,3% dei consumi di beni acquistabili via internet e il 18,4% dei servizi. Una quota ormai strutturale dell’economia.

Il confronto con il commercio tradizionale è impietoso. Tra il 2015 e il 2025 l’indice complessivo delle vendite al dettaglio è cresciuto del 14,4%, ma questa crescita non è finita nei negozi di quartiere.

Le piccole superfici di vendita sono rimaste praticamente ferme, mentre le vendite online sono esplose con un aumento del 187%.

In termini economici il salto è ancora più evidente. Nel 2019 il valore delle vendite online in Italia era pari a 31,4 miliardi di euro. Nel 2025 ha raggiunto 62,3 miliardi, raddoppiando in appena sei anni.

Una trasformazione che riduce progressivamente la presenza di negozi fisici, soprattutto nei centri urbani.

Le attività che stanno scomparendo

Non tutti i settori commerciali sono colpiti allo stesso modo. Alcuni stanno pagando un prezzo particolarmente alto.

Tra le attività più penalizzate spiccano le edicole, che negli ultimi anni sono diminuite di oltre la metà (-51,9%). Una perdita che racconta anche il declino della carta stampata e il cambiamento dei consumi culturali.

Pesantissimo anche il calo dei negozi di abbigliamento e calzature (-36,9%), un settore storicamente centrale nelle vie commerciali italiane.

Non va meglio ai negozi di mobili e ferramenta, scesi del 35,9%, né alle attività dedicate a libri e giocattoli, diminuite del 32,6%.

Persino realtà che per decenni hanno animato la vita urbana – come bar e commercio ambulante – registrano una contrazione significativa.

Il risultato è una trasformazione profonda del paesaggio urbano: meno botteghe tradizionali, meno varietà commerciale, meno servizi di prossimità.

I centri storici cambiano volto

Mentre i negozi tradizionali scompaiono, crescono le attività legate ai servizi e al turismo.

Nel lungo periodo il comparto di alloggio e ristorazione ha guadagnato circa 19 mila imprese. Particolarmente evidente è la crescita dei ristoranti (+35%), seguiti da gelaterie, pasticcerie e rosticcerie.

Ma il fenomeno più significativo riguarda gli alloggi turistici, aumentati del 184%. In questa categoria rientrano soprattutto gli affitti brevi e i bed & breakfast, diventati uno dei motori della trasformazione dei centri storici. Dal 2012 a oggi i B&B nei centri storici dei comuni analizzati sono quasi quadruplicati, con un incremento del 290%.

Il risultato è una mutazione economica delle città: meno negozi di quartiere e più attività legate al turismo e alla ristorazione.

Più imprenditori stranieri nel commercio

Un’altra trasformazione riguarda la composizione dell’imprenditoria commerciale.

Tra il 2012 e il 2025 le imprese guidate da imprenditori stranieri sono aumentate di 134 mila unità, mentre quelle italiane sono diminuite di 290 mila.

Nonostante la riduzione complessiva delle attività, l’occupazione nel settore è cresciuta di 194 mila addetti, segno che le imprese rimaste tendono a essere più strutturate. Infatti la dimensione media delle aziende italiane è aumentata: da 2,4 addetti per impresa nel 2012 a 3 nel 2025.

Parallelamente si rafforzano le società di capitale, mentre diminuiscono le ditte individuali, tradizionalmente il cuore del piccolo commercio.

Una crisi che cambia la vita delle città

Secondo Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, la desertificazione commerciale rappresenta ormai una vera emergenza urbana.

La chiusura dei negozi non significa soltanto perdita economica. Significa meno servizi per i cittadini, meno presidio del territorio e anche meno sicurezza nelle strade. Una via commerciale senza negozi diventa rapidamente una strada vuota, meno frequentata e più fragile dal punto di vista sociale.

Per questo Confcommercio propone il progetto Cities, sviluppato insieme ai sindaci e all’ANCI, con l’obiettivo di intervenire su tre fronti: regolare l’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzare rapidamente i locali sfitti e integrare politiche urbanistiche e sviluppo economico.

Tra le idee c’è anche la creazione di un osservatorio permanente sulle attività urbane, capace di monitorare in tempo reale l’evoluzione del commercio nelle città.

Le città italiane davanti a un bivio

La desertificazione commerciale non è soltanto una statistica economica. È il segnale di un cambiamento profondo nel modo di vivere le città.

Le botteghe di quartiere, i negozi di prossimità, le piccole attività familiari sono stati per decenni un elemento identitario delle città italiane. Oggi quel modello vacilla sotto la pressione di e-commerce, mutamenti nei consumi, turismo e trasformazioni urbanistiche. Il Piemonte, con molte città ai vertici delle classifiche negative, rappresenta uno dei laboratori più evidenti di questa trasformazione.

La domanda che resta aperta è semplice ma decisiva: le città italiane riusciranno a reinventare il proprio commercio oppure continueranno a riempirsi di vetrine vuote? Perché una città senza negozi non perde soltanto economia. Perde vita.

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Pubblicato inCommercioEconomia

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