Per anni Banksy è stato il fantasma più famoso dell’arte contemporanea: tutti lo vedevano, nessuno lo prendeva. Adesso però il sipario si è mosso davvero. Secondo una vasta inchiesta pubblicata nei giorni scorsi da Reuters, l’identità dell’artista non sarebbe più soltanto una voce insistente o un sospetto coltivato da tabloid, studiosi e appassionati: dietro lo pseudonimo ci sarebbe Robin Gunningham, nato a Bristol nel 1973, che in seguito avrebbe anche cambiato legalmente nome in David Jones. Non siamo davanti a una confessione pubblica firmata e controfirmata, questo va detto con chiarezza, ma siamo probabilmente al punto più vicino mai raggiunto a una identificazione sostanzialmente certa.
La forza della nuova ricostruzione non sta in un colpo di teatro, ma nel metodo. Reuters ha messo insieme documenti pubblici, testimonianze, fotografie, registri di viaggio, materiali societari e vecchie tracce investigative, ricostruendo un mosaico che, tassello dopo tassello, porta sempre allo stesso nome. Il cuore dell’indagine è partito dalle opere apparse in Ucraina nel 2022, poi rivendicate dallo stesso Banksy su Instagram: da lì i giornalisti hanno incrociato spostamenti, presenze e contatti, arrivando alla conclusione che il cerchio si chiude intorno a Gunningham.
Un sospetto antico, oggi molto più pesante
In realtà il nome di Robin Gunningham non salta fuori ieri mattina. Già nel 2008 un’indagine giornalistica britannica lo aveva indicato come il candidato più credibile. Nel 2016, poi, uno studio della Queen Mary University of London basato sul geographic profiling aveva rilevato una forte corrispondenza tra i luoghi legati a Banksy e quelli collegati a Gunningham. In sostanza, la mappa dei murales e la biografia del sospettato si sovrapponevano in modo troppo ordinato per essere liquidati come semplici coincidenze. La novità del 2026 è che quei sospetti, rimasti per anni in una terra di mezzo tra intuizione e leggenda, vengono adesso rafforzati da un’indagine documentale molto più estesa.
C’è poi un dettaglio che negli anni ha fatto molto rumore: una vecchia intervista radiofonica della BBC del 2003, riemersa nel 2023, nella quale l’artista, interrogato sul proprio nome, risponde “It’s Robbie”. Da sola non bastava a chiudere il caso, perché “Robbie” può essere un nome, un soprannome o perfino una presa in giro. Ma dentro il quadro attuale quel frammento assume un peso diverso: non è più una curiosità folkloristica, è una tessera che combacia con le altre.
Perché proprio lui
Il profilo attribuito a Gunningham coincide in maniera impressionante con la parabola di Banksy. Bristol è la culla della scena che ha generato lo street artist. Le connessioni con ambienti graffiti, la cronologia degli spostamenti, la vicinanza con figure chiave di quel mondo e i riferimenti ripetuti emersi negli anni hanno reso il suo nome sempre più difficile da ignorare. Reuters sostiene perfino di aver rintracciato un episodio del 2000 a New York, quando un uomo fermato per aver imbrattato un cartellone avrebbe firmato una confessione con il nome Robin Gunningham. Anche questo elemento, preso da solo, sarebbe discutibile; messo insieme a tutto il resto, invece, pesa.
La parte forse più sorprendente dell’inchiesta riguarda il possibile cambio di identità legale. Secondo Reuters, Gunningham avrebbe assunto il nome di David Jones, mossa che viene letta come un tentativo di separare la persona fisica dal personaggio globale e di rendere più difficile ogni inseguimento anagrafico. Una specie di seconda pelle burocratica per difendere la prima. È il paradosso perfetto di Banksy: l’artista che denuncia il sistema, ma deve anche imparare a dribblarlo come un ragioniere del mistero.
Il ruolo di Del Naja e le piste alternative
Per anni una delle ipotesi più affascinanti ha riguardato Robert Del Naja, leader dei Massive Attack, artista visivo e figura storica della scena di Bristol. La tesi era semplice e seducente: i murales di Banksy comparivano spesso in città toccate dai tour del gruppo, e Del Naja aveva il profilo giusto per alimentare il sospetto. La nuova inchiesta, però, non porta alla conclusione che Del Naja sia Banksy; semmai lo colloca come presenza importante nell’orbita dell’artista, soprattutto nel filone ucraino seguito dai reporter. In altre parole, la suggestione non scompare del tutto, ma non sembra più la pista principale.
Questo punto è importante perché aiuta a capire che il “caso Banksy” non è stato soltanto una caccia al nome, ma anche una gigantesca fabbrica di miti collaterali. Nel tempo sono stati evocati musicisti, illustratori, personaggi televisivi e perfino ipotesi collettive, come se Banksy fosse un marchio più che una persona. La nuova ricostruzione, invece, riporta la faccenda su un terreno molto più concreto: non il genio vaporizzato nell’aria del folklore pop, ma un uomo preciso, con un’origine precisa, una rete precisa e tracce precise.
La risposta dell’entourage: non conferma, non smentisce
Ed ecco il punto decisivo: Banksy non ha confermato pubblicamente. Anzi, secondo quanto riportato da fonti che hanno ripreso la vicenda, il suo storico avvocato Mark Stephens ha contestato l’esattezza di molti dettagli contenuti nelle richieste ricevute dai giornalisti, sottolineando anche che l’anonimato dell’artista non è un vezzo da diva ma una protezione necessaria, vista l’attenzione ossessiva e talvolta minacciosa che lo circonda. È una risposta che non chiude nulla, ma nemmeno smonta davvero il cuore del lavoro investigativo. Somiglia più a un argine legale che a una smentita demolitoria.
Questo significa che, a rigore, parlare di “identità ufficialmente rivelata” sarebbe eccessivo. Più corretto dire che la vera identità di Banksy è stata ricostruita con una solidità senza precedenti, e che la tesi Robin Gunningham/David Jones è oggi la più forte mai emersa. In sostanza, il mistero non è stato sciolto da una confessione, ma quasi assediato dalla realtà.
Perché il mistero non è solo artistico ma anche economico
Dietro l’anonimato non c’è soltanto il romanticismo del writer inseguito dalla polizia. C’è anche una questione gigantesca di mercato, di copyright, di autenticazione e di potere commerciale. Reuters ha ricostruito che le opere di Banksy hanno generato dal 2015 circa 248,8 milioni di dollari nel mercato secondario. Il centro di questo sistema è Pest Control, la struttura creata per autenticare le opere e difenderle dai falsi. Chi vuole vendere un Banksy senza il certificato giusto rischia di ritrovarsi con un tesoro trasformato in carta decorata.
Non a caso, già nel 2024 una disputa legale su una stampa intitolata Monkey Queen aveva riaperto il tema in modo clamoroso: i collezionisti sostenevano che una causa in tribunale avrebbe potuto costringere Banksy a uscire dall’ombra, proprio perché il sistema di autenticazione è così centrale nel valore delle opere. In parallelo, nel 2024 le autorità italiane hanno smantellato una vasta rete di falsi attribuiti anche a Banksy, con migliaia di opere sequestrate e un valore potenziale stimato attorno ai 200 milioni di euro. Quando si muovono queste cifre, l’anonimato smette di essere solo poetica urbana e diventa una questione giuridica ed economica di prim’ordine.
Il mito resiste o si incrina?
Qui arriva la domanda vera: se sappiamo chi è, Banksy resta Banksy? La risposta, con ogni probabilità, è sì. Perché il personaggio non si è imposto solo grazie al travestimento, ma per la forza delle immagini, per l’immediatezza del messaggio e per la capacità di infilare il coltello della satira in guerre, consumismo, controllo sociale, immigrazione, monarchia, capitalismo culturale. L’anonimato ha aggiunto fascino, certamente, ma non ha creato da solo il fenomeno. Semmai lo ha protetto, amplificato, reso vendibile e inafferrabile allo stesso tempo.
Eppure qualcosa cambia. Perché il mito dell’uomo senza volto funzionava anche come provocazione contro il culto dell’autore. Se il nome viene inchiodato, la narrazione si sposta: meno leggenda, più biografia; meno ombra, più anagrafe. È il destino quasi inevitabile di ogni ribelle di successo: parte come sabotatore del sistema e finisce studiato, catalogato, assicurato, autenticato e conteso come un bene di lusso. Una beffa molto banksiana, in fondo.
Il re dei murales non è più invisibile come prima
Dunque, la “vera identità” di Banksy è stata scoperta? In termini giornalistici, quasi certamente sì: oggi la ricostruzione che lo identifica con Robin Gunningham, poi David Jones, è di gran lunga la più robusta e documentata mai pubblicata. In termini formali, no: manca ancora una ammissione diretta, limpida, definitiva, da parte dell’artista o di chi lo rappresenta. Ma il margine di incertezza, rispetto al passato, si è ristretto parecchio. Dopo decenni di teorie, travestimenti, depistaggi e culto dell’ombra, il re dello stencil non è più invisibile come prima. E forse è questa la notizia più interessante: non che il mondo abbia finalmente dato un nome a Banksy, ma che perfino il più grande professionista dell’anonimato, alla lunga, lascia sempre una scia.

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