Ah, il St. Pauli! Quel club tedesco che si autoproclama baluardo dell’antifascismo, del punk, dell’anarchia e di ogni altra etichetta ribelle che possa fare scena. Un club che ha fatto della sua identità “alternativa” un marchio di fabbrica, tra striscioni anti-patriarcato, slogan pro-migranti e dichiarazioni di guerra a tutto ciò che puzza anche solo lontanamente di destra. Eppure, ironia delle ironie, il loro inno “Das Herz von St. Pauli” è stato scritto da Josef Ollig, un giornalista che durante la Seconda Guerra Mondiale lavorò come corrispondente di guerra per la Luftwaffe. Sì, avete capito bene: l’inno di questo santuario dell’antifascismo è stato composto da qualcuno legato al regime nazista. Capolavoro.
Ovviamente, appena la scoperta è emersa, nel club si è scatenato il putiferio. Alcuni tifosi, con la coerenza che li contraddistingue, hanno subito chiesto la sospensione dell’inno, considerandolo incompatibile con i valori del St. Pauli. Altri, meno inclini alla cancel culture, hanno cercato di minimizzare la questione, sostenendo che la canzone ha comunque un valore per la comunità. Ma il club, fedele alla sua reputazione da paladino delle cause progressiste, ha deciso di sospendere l’inno almeno fino a quando l’Assemblea dei soci (circa 50.000 membri) non prenderà una decisione definitiva. Nel frattempo, un gruppo di lavoro è stato incaricato di raccogliere documentazione scientifica sul ruolo di Ollig nel nazismo. Perché, sia mai, una decisione di pancia non sarebbe abbastanza “scientifica”.
Ma la vera svolta è arrivata con le parole del presidente Oke Göttlich, che ha ufficializzato la sospensione dell’inno con una motivazione da incorniciare: “Attualmente durante la sua esecuzione ci sono fischi e insulti reciproci e ciò è inaccettabile e non aiuta nessuno. Visto che al momento molti nostri tifosi non si sentono più a loro agio ascoltandolo, abbiamo deciso di sospenderlo”. Insomma, non per coerenza ideologica, non per un reale approfondimento storico, ma perché si litiga sugli spalti. Capito? L’inno viene congelato non per il suo passato discutibile, ma per evitare che il pubblico si azzuffi. Roba da teatro dell’assurdo.
E mentre i tifosi del St. Pauli si spaccano su cosa fare, il resto del mondo del calcio osserva con una certa incredulità. Gli ultras della Lazio, storicamente schierati su posizioni politiche opposte, non hanno perso l’occasione per sbeffeggiare il club tedesco, sottolineando l’assurda contraddizione. Perché diciamocelo: per un club che nel 2016 ha fatto stampare sulle magliette “Niente calcio per i fascisti”, scoprire che il proprio inno è stato scritto da un uomo legato al Terzo Reich è un cortocircuito degno della miglior satira.
Ora la grande domanda è: cosa farà il St. Pauli? Alcuni tifosi propongono di riscrivere il testo dell’inno, altri suggeriscono di adottare una nuova canzone più in linea con l’anima “inclusiva” del club. Ma c’è un punto che nessuno sembra voler affrontare davvero: il passato va cancellato o compreso? Perché, se cancelliamo tutto ciò che ha un’ombra, finiamo per riscrivere la storia a nostro piacimento.
In un’epoca in cui la “cancel culture” è diventata una moda, il caso del St. Pauli è un esempio da manuale di come la coerenza possa essere un concetto elastico. Sarebbe stato più onesto dire: “Abbiamo scoperto una cosa che ci mette a disagio, ma accettiamo la nostra storia e la contestualizziamo”. Invece no: l’inno viene sospeso perché gli spalti sono diventati un’arena di insulti.
Così, mentre il St. Pauli si dibatte tra fede antifascista e tradizione musicale, una cosa è certa: la coerenza, ancora una volta, rimane un lusso per pochi.

Sii il primo a commentare