Sud Sudan. Lo Stato più giovane del mondo. Uno dei più fragili. E uno dei più dimenticati. Ma anche lì c’è chi crede. Anche lì c’è chi prega. Anche lì c’è chi ha costruito una chiesa, chi ogni domenica si inginocchia, chi affida la propria vita a Dio. Ma cosa succede a questi cristiani? Ve lo dico io: li ammazzano. Dentro le chiese. Dentro le parrocchie. Sì, avete capito bene. Non nel deserto, non in mezzo a un campo di battaglia. No. Dentro la casa di Dio.
Succede a Loa, contea di Magwi, Eastern Equatoria, Sud Sudan. Martedì 26 marzo, ore 17. I soldati delle South Sudan People’s Defence Forces (SSPDF), cioè l’esercito ufficiale del Paese, non dei ribelli, non dei banditi, non dei terroristi – no, l’esercito – fanno irruzione nella chiesa della Our Lady of Assumption Parish. E cosa fanno? Aprono il fuoco. Sparano. Senza motivo. Senza avvertimento. Così, all’improvviso. Bum. Bum. Bum. Un fedele cade a terra, morto. Un altro è ferito. I proiettili sfondano le finestre della canonica. Colpiscono i muri. Distruggono la pace. Profanano il sacro.
E non basta. No, non basta uccidere. Bisogna anche nascondere. Coprire. Fingere che non sia successo niente. Allora cosa fanno? Prendono il corpo del fedele morto. Lo portano via. Lo fanno sparire. Come nei peggiori regimi. Come nei romanzi distopici. Come nei racconti dell’orrore. E poi? Coprono le tracce di sangue con la terra. Per non lasciare prove. Per non far sapere. Per cancellare tutto.
Il silenzio è una vergogna
La diocesi di Torit ha denunciato tutto. In una nota ufficiale, firmata dal vescovo Emmanuel Bernardino Lowi Napeta, si parla di “grave violazione della santità, neutralità, sicurezza e diritti dei membri della Chiesa”. E chiede giustizia. Giustizia. Una parola che, in certi angoli del mondo, suona come un’illusione.
Ma mentre il vescovo chiede, mentre i fedeli piangono, mentre la comunità è sotto shock, cosa fa il mondo? Nulla. Non una dichiarazione dell’ONU. Non una parola dal Vaticano. Non una condanna dalle istituzioni europee. Non una marcia, non una fiaccolata, non un post indignato. Zero. Il nulla. Come se un cristiano morto valesse meno di un insetto spiaccicato sul parabrezza.
Ma perché? Ve lo dico io perché. Perché i cristiani non fanno notizia. Perché difendere i cristiani è fuori moda. Perché ormai siamo abituati: in Nigeria, in Eritrea, in Pakistan, in Siria, e adesso in Sudan. Ogni giorno una strage. Ogni giorno un morto. Ogni giorno una chiesa distrutta. Ma guai a dirlo. Guai a raccontarlo. Si rischia di passare per retrogradi. Per reazionari. Per “cristianisti”. Ma cosa vuol dire? Difendere la libertà religiosa non è una moda. È un diritto. È un dovere.
Le richieste della Chiesa e il disprezzo del potere
Il vescovo non chiede la luna. Chiede un’inchiesta. Immediata. Imparziale. Chiede che i responsabili siano identificati e consegnati alla giustizia. Chiede che il corpo del fedele ucciso venga restituito ai familiari. Chiede protezione per la parrocchia. Chiede scuse pubbliche. Ecco. Domande civili. Domande umane. Ma per ora, nessuna risposta.
E sapete perché? Perché l’esercito ha paura. Paura della verità. Perché chi ha ucciso sapeva bene di stare facendo qualcosa di inaccettabile. Altrimenti non avrebbe nascosto il corpo. Non avrebbe coperto il sangue con la terra. Non avrebbe minacciato i sacerdoti. Sì, perché hanno fatto anche questo: hanno minacciato i preti, gli assistenti, i residenti. “Zitti. Non parlate. Non dite niente”. Hanno cercato di imporre il silenzio con la paura.
E noi, qui dall’altra parte del mondo, facciamo loro il gioco. Restiamo zitti. Non diciamo nulla. Anche noi, in fondo, ci comportiamo come quei soldati: copriamo le tracce con la terra. Facciamo finta che non sia successo.
Un’europa ipocrita e cieca
E allora mi chiedo: dov’è l’Unione Europea? Dov’è Ursula Von der Leyen? Dove sono le femministe militanti, gli attivisti, i progressisti impegnati, i paladini della libertà? Perché se ad essere colpita fosse stata una moschea: apriti cielo! Ma una chiesa no. Una chiesa può essere violata, assaltata, devastata. Tanto chi se ne frega. È solo cristiana. È solo africana. È solo una notizia scomoda.
E il nostro governo? E il nostro ministro degli Esteri? E il Papa? Non vogliamo parole generiche. Non vogliamo preghiere. Vogliamo nomi. Vogliamo responsabilità. Vogliamo che qualcuno dica chiaro e tondo: “In Sudan i cristiani vengono perseguitati. In Sudan si viola la libertà religiosa. In Sudan si commettono crimini contro l’umanità”.
Perché è questo che sono. Crimini contro l’umanità. Uccidere un uomo in chiesa. Portarne via il corpo. Minacciare i preti. Questa non è una notizia di cronaca. Questa è barbarie.
Il nome di chi non c’è più
E poi c’è lui. L’uomo morto. Il fedele assassinato. Non conosciamo il suo nome. Non sappiamo chi fosse. Ma io lo voglio ricordare lo stesso. Perché non è un numero. Non è una statistica. È un essere umano. Aveva una famiglia. Aveva una fede. Aveva una vita. E gliel’hanno portata via. Dentro la casa di Dio. È morto da martire. E nessuno, per ora, ha nemmeno potuto seppellirlo. Perché il suo corpo è nascosto chissà dove. Perché anche da morto fanno di tutto per cancellarlo.
Ma noi non lo dimentichiamo. Noi lo ricordiamo. Anche se non conosciamo il suo volto, il suo nome, la sua voce. Perché quello che è successo a lui può succedere a tutti. Perché la libertà religiosa non è un privilegio per pochi. È un diritto per tutti.
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