A Mirafiori cala il silenzio. Non quello dei turni finiti o della fabbrica che dorme prima dell’alba, ma quello cupo e definitivo delle linee che si spengono per sempre. Altro che riconversione ecologica o rilancio del polo dell’automotive: a Torino Stellantis continua a tagliare, licenziare, smantellare. E nel frattempo, la giunta comunale guidata da Stefano Lo Russo fa da spettatrice muta, incapace di reagire, di opporsi, di proporre.
Oltre 600 esuberi, un altro pezzo di fabbrica che scompare
Stellantis ha appena comunicato l’apertura di una nuova procedura di licenziamento collettivo. Verranno mandati via 610 lavoratori, suddivisi tra operai, impiegati e tecnici. È l’ennesimo colpo inferto al cuore industriale della città. Ma questa volta ha un sapore ancora più amaro, perché riguarda il cuore pulsante di Mirafiori, quello che per decenni ha incarnato la Torino operaia, produttiva, concreta.
Carrozzerie, Presse, Costruzione Stampi, enti centrali, Services, Centro Ricerche Fiat, San Benigno e Grugliasco: ogni angolo dello stabilimento, e delle sue appendici, è coinvolto in questa nuova ondata di licenziamenti. Non si salva più nessuno. È una ritirata strategica, ben camuffata dietro parole come “razionalizzazione” e “transizione”, ma nella sostanza è la disfatta definitiva di un’epoca.
Il nuovo AD? Cambia il nome, ma non la musica
Ad avviare questa nuova fase di svuotamento è Antonio Filosa, fresco amministratore delegato del gruppo. Aveva scelto Mirafiori per il suo primo tour ufficiale, come a voler dare un segnale di attenzione al sito torinese. Ma i segnali, quelli veri, sono arrivati dopo, nero su bianco, sulle lettere di licenziamento. Un benvenuto in pieno stile Stellantis: prima la stretta di mano, poi la porta.
Filosa si muove in perfetta continuità con chi lo ha preceduto. Niente piano industriale credibile, nessuna idea per rilanciare seriamente la produzione, solo un’altra giravolta dentro un processo di dismissione ormai sistematico. Non è un errore, non è un incidente di percorso: è la scelta consapevole di abbandonare Torino al suo destino.
Crollano produzione e Maserati. La 500 elettrica non basta
I dati parlano da soli. Nel primo trimestre del 2025, dallo stabilimento di Mirafiori sono uscite appena 9.860 vetture. È un calo secco del 22,2% rispetto alle 12.680 dello stesso periodo del 2024, che già era stato un anno drammatico. A trainare (si fa per dire) la produzione è rimasta solo la Fiat 500 elettrica, ma è chiaro che non può bastare a tenere in piedi un impianto di quelle dimensioni.
La situazione più tragica riguarda il marchio Maserati, che a Mirafiori un tempo rappresentava il fiore all’occhiello. In tre mesi, sono state prodotte solo 70 unità. Una cifra risibile, da officina artigianale più che da impianto industriale. Solo pochi anni fa, le Maserati assemblate a Torino erano oltre 10.000 all’anno. Oggi, le linee di Ghibli, Quattroporte e Levante sono ferme, mentre le versioni elettriche GT e GC non decollano. Il mercato non risponde, la produzione si blocca, e chi ci rimette sono sempre gli stessi: i lavoratori.
La giunta Lo Russo? Assente. E complice
Eppure, di fronte a questo scempio industriale, il Comune di Torino resta in silenzio. O peggio, si rifugia dietro i soliti slogan sulle “riconversioni”, i “piani urbani integrati”, le “infrastrutture sostenibili”. Ma nessuno difende realmente il lavoro. Nessuno convoca un consiglio straordinario, nessuno pretende un confronto pubblico con Stellantis, nessuno alza la voce per tutelare chi sta per perdere tutto.
La giunta di centrosinistra, impegnata a progettare la città “green”, sembra dimenticare che una città senza lavoro è una città morta. Non bastano le ciclabili, le aiuole o i convegni europei: se manca il reddito, manca la dignità. Se sparisce Mirafiori, sparisce Torino.
E mentre Lo Russo si dedica ai rendering e ai social network, la vera Torino affonda, lasciata sola a gestire una crisi che andava fermata dieci anni fa, quando l’elettrificazione selvaggia e senza compensazioni ha iniziato a spegnere le fabbriche una ad una.
I sindacati lanciano l’allarme. Ma chi li ascolta?
Almeno la Fiom alza la voce. Edi Lazzi, segretario generale della Fiom-Cgil di Torino, parla chiaro: cambiano i vertici, ma il progetto di svuotamento prosegue identico. Gianni Mannori, responsabile Fiom a Mirafiori, denuncia come Stellantis prometta una cosa e ne faccia un’altra, tradendo ogni volta le aspettative con i fatti.
Parole dure, ma purtroppo realistiche. Perché questa non è una crisi congiunturale, è un disegno preciso: depotenziare Torino, spolpare quel che resta, e spostare risorse e produzione altrove, dove conviene di più, dove i governi non disturbano, dove i costi sono più bassi. E l’Italia? Fa da bancomat, contribuisce con fondi pubblici e tace davanti ai licenziamenti.
Torino ha bisogno di una scossa. Prima che sia tardi
La città è orfana di un piano, di una strategia, di una visione. E la colpa non è solo di Stellantis. È anche, e soprattutto, di chi dovrebbe governare Torino e non lo fa. Chi siede in Sala Rossa ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Ha abbandonato i lavoratori, ha abbandonato Mirafiori, ha abbandonato il futuro.
Torino non si merita questo declino silenzioso. Non può morire così, nel disinteresse generale, sotto la regia di chi ha sostituito l’industria con il marketing, il lavoro con le consulenze, la concretezza con l’ideologia.
Se non si cambia rotta subito, se non si dice basta a questo scempio, il prossimo reparto a chiudere sarà il buonsenso. E allora sarà troppo tardi. Per tutti.

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