Ascesa, caduta e ultima chance di un gigante che ha inventato la fotografia di massa
C’era un tempo in cui la fotografia si diceva semplicemente “Kodak”. Negli anni Settanta, il colosso americano dominava il mercato: l’85% delle macchine fotografiche e il 90% delle pellicole vendute negli Stati Uniti portavano il suo nome. Ma oggi, quella stessa azienda si trova a un passo dal baratro. Dopo trent’anni di crisi ricorrenti, trasformazioni radicali, tentativi di diversificazione e una continua rincorsa al tempo perduto, Kodak affronta nel 2025 una delle sue fasi più delicate. I bilanci parlano chiaro: le perdite aumentano, la liquidità si assottiglia, i debiti si accumulano. E il mercato reagisce con violenza. Ma come si è arrivati a questo punto? E cosa resta oggi del mito Kodak?
Le origini di un impero
Kodak nacque nel 1888 da un’intuizione di George Eastman, un pioniere che rese la fotografia accessibile al grande pubblico. Al posto delle lastre rigide, introdusse una pellicola flessibile che rese il processo più semplice, portando la fotografia dalle mani degli esperti a quelle delle famiglie comuni. Il celebre slogan “You press the button, we do the rest” non era solo marketing: era una rivoluzione culturale. Eastman voleva che le macchine fotografiche diventassero “convenienti come una matita”, e in pochi decenni ci riuscì. Negli anni d’oro, Kodak non era solo un marchio: era un simbolo del progresso americano, della memoria familiare, della quotidianità immortalata.
L’occasione persa del digitale
La fine del Novecento, però, portò cambiamenti epocali. Il digitale spazzò via interi modelli di business, e Kodak, pur avendo inventato uno dei primi prototipi di fotocamera digitale già nel 1975, non seppe cogliere il momento. Scelse di proteggere il suo core business basato sulla pellicola, ignorando il cambiamento in atto. Questo errore strategico, aggravato dalla concorrenza sempre più aggressiva di colossi come Canon, Sony e poi Apple, la fece precipitare in una spirale discendente. Nel 2012, schiacciata da oltre sei miliardi di dollari di debiti, Kodak dichiarò bancarotta e chiese protezione sotto il Chapter 11.
La lenta metamorfosi
Uscita dalla bancarotta nel 2013, Kodak non era più la stessa azienda. Vendette gran parte dei suoi brevetti fotografici, smantellò la rete globale di chioschi per lo sviluppo delle foto, abbandonò il mercato consumer e provò a reinventarsi. Il nuovo modello si fondava sulla produzione di stampanti industriali, pellicole cinematografiche, sensori per touchscreen e, più recentemente, sulla produzione di sostanze chimiche e materiali destinati anche al settore farmaceutico.
Questa diversificazione è stata una mossa necessaria, ma non sempre sufficiente. Kodak ha cercato di diventare un fornitore tecnologico per altri settori, puntando su prodotti meno volatili della fotografia di consumo. Eppure, i numeri recenti raccontano una storia di fragilità.
La crisi del 2025: conti in rosso e debiti insostenibili
Nel secondo trimestre del 2025, Kodak ha registrato perdite per 26 milioni di dollari, in netto contrasto con l’utile ottenuto nello stesso periodo dell’anno precedente. Il fatturato si è ridotto a 263 milioni, con una flessione dell’1%. Ancora più preoccupante è la situazione della liquidità, scesa a 155 milioni di dollari, ben 46 milioni in meno rispetto a fine 2024. Ma il vero nodo riguarda i circa 500 milioni di dollari di debiti in scadenza entro i prossimi dodici mesi, per i quali l’azienda non dispone né della liquidità né di linee di credito sicure. I revisori, nei documenti ufficiali, esprimono “significativi dubbi” sulla capacità dell’azienda di continuare a operare.
Il mercato ha reagito in modo drastico: le azioni di Kodak sono crollate del 25% in un solo giorno, segnando un altro colpo per la fiducia degli investitori. L’amministratore delegato Jim Continenza ha cercato di rassicurare gli stakeholders, dichiarando che l’azienda punta a rimborsare parte dei debiti prima della scadenza e a rifinanziare il resto. Inoltre, Kodak prevede di ricevere entro la fine dell’anno circa 500 milioni di dollari derivanti dal surplus del piano pensionistico aziendale, che potrebbero fornire una boccata d’ossigeno temporanea.
Le ultime carte da giocare
Nonostante la situazione critica, Kodak non sembra intenzionata a tirare i remi in barca. L’azienda scommette ancora su sé stessa, sulla possibilità di completare la trasformazione e di consolidare i nuovi mercati in cui opera. Una delle aree più promettenti è quella dei materiali avanzati e delle sostanze chimiche regolamentate, impiegate non solo nell’industria fotografica ma anche in ambito farmaceutico. Proprio su questa linea, Kodak ha ampliato la propria produzione negli Stati Uniti, cercando anche di sfruttare a proprio favore i dazi imposti dalle amministrazioni recenti, che penalizzano i competitor esteri.
In un comunicato ufficiale, l’azienda ha definito “fuorvianti” le voci di un possibile fallimento, sostenendo che entro il 2026 prevede di trovarsi con un indebitamento netto pari a zero, dopo aver saldato o rinegoziato l’intero debito residuo.
Il marchio Kodak: tra nostalgia e sopravvivenza
Oggi, Kodak è un brand carico di memoria, più che un player di primo piano. La nostalgia non basta però a mantenere in piedi una struttura industriale. La sua sopravvivenza dipenderà dalla capacità di monetizzare la diversificazione, ridurre il debito e consolidare mercati ad alto margine. I prossimi mesi saranno decisivi. Se fallisse ancora una volta, Kodak rischierebbe di scomparire non solo dal mercato, ma dall’immaginario collettivo in cui ha abitato per più di un secolo.
Nel frattempo, resta un simbolo potente di ciò che succede quando l’innovazione viene vista come una minaccia invece che come un’opportunità. Una lezione, oggi più che mai, che vale per tutte le aziende del mondo digitale.

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