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Taser alle forze di polizia: basta piagnistei, serve sicurezza

Ogni volta che un poliziotto fa qualcosa – qualsiasi cosa – c’è qualcuno pronto a strapparsi le vesti. Se reagisce, è violento. Se non reagisce, è inetto. Se interviene, è un fascista. Se si difende, è un assassino. E ora, con l’introduzione del taser, pare sia arrivato l’ennesimo “allarme democrazia”. La verità? Il taser è una manna dal cielo. È l’arma giusta per questi tempi ipocriti, in cui pretendiamo sicurezza come fosse un servizio di delivery, ma guai se qualcuno osa alzare un dito contro il “povero aggressore”.

Il taser non è una novità da baraccone. È tecnologia seria, sperimentata, regolamentata. Viene usato da anni in mezzo mondo civile, e in Italia è stato introdotto con tutte le cautele possibili. Non spara proiettili, non uccide a tradimento, non devasta organi interni. Immobilizza. Stop. È un’alternativa concreta alla pistola, l’unica che può fermare un soggetto fuori controllo senza dover aprire il fuoco o improvvisare una colluttazione da far west. Eppure, per certa politica da salotto, è già troppo.

Cos’è, come funziona, e perché serve come il pane

Per i meno informati (o per i professionisti dell’indignazione a prescindere), il taser è un dispositivo a impulsi elettrici che paralizza temporaneamente chi viene colpito. Due dardi si attaccano ai vestiti del soggetto e rilasciano una scarica elettrica che blocca i muscoli per qualche secondo. Nessun danno permanente. Nessuna mutilazione. Solo il tempo necessario per immobilizzare un soggetto pericoloso e garantire che nessuno si faccia male. Ma forse è questo il problema: qualcuno vorrebbe che fosse il poliziotto a farsi male, per restare nel ruolo comodo e rassicurante del martire pacifista.

Il taser è già in uso in numerosi paesi democratici: Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia. In Italia, la sua adozione è partita nel 2018 in fase sperimentale, poi estesa e istituzionalizzata nel 2022. Ad oggi è un’arma di ordinanza, e meno male. Perché in un’epoca in cui l’aggressività cresce, le forze dell’ordine hanno bisogno di risposte rapide, non di manuali di diritto penale da consultare in mezzo a una rissa.

Le solite lagne politicanti

Ma ecco che bastano due episodi – tragici, certo, come lo è ogni evento che finisce con una vita spezzata – per rispolverare il teatrino della sinistra più prevedibile dell’intero Occidente. +Europa, AVS, persino Ilaria Salis da Budapest (che ormai commenta tutto tranne ciò che la riguarda) si sono messi in fila per chiedere la sospensione del taser. Riccardo Magi ha parlato di “arma pericolosa”, Bonelli e Zaratti si sono lanciati in tirate melodrammatiche da assemblea di liceo e Salis ha definito il taser “uno strumento di tortura legalizzata”. L’applauso di Amnesty International è arrivato puntuale, come da copione.

Nel frattempo, in strada, ci sono uomini e donne in divisa che ogni giorno si trovano ad affrontare squilibrati armati di coltelli, risse, aggressioni, minacce. Ma guai a fermare qualcuno con la forza, perché altrimenti parte l’inchiesta, il video su TikTok e il giro di opinionisti che non distinguono un manganello da un telecomando.

Mandati in strada allo sbaraglio, poi giudicati dal divano di casa

È facile parlare di “eccesso di forza” dal divano di casa. È facile scrivere comunicati indignati dopo l’ennesimo fatto di cronaca, senza aver mai indossato una divisa, senza aver mai fronteggiato qualcuno che ti punta un coltello o ti carica urlando sotto effetto di droghe. In strada, non si possono fare riunioni di redazione o dibattiti televisivi. In strada si decide in un secondo, e un errore può costare la vita.

Ma oggi un agente che usa la pistola è già finito. Se tocca il manganello, lo massacrano. Se spara, gli rovinano la vita. E ora qualcuno vorrebbe togliergli pure il taser. Ma con cosa dovrebbe intervenire, allora? Con un fischietto? Con una poesia?

Il vero scandalo è abbandonare chi ci protegge

Il taser non è perfetto, ma è infinitamente meglio che lasciare gli agenti disarmati, con il terrore di finire sotto processo per ogni azione. L’unica cosa scandalosa qui non è l’uso del taser, ma la campagna ideologica contro chi lavora per garantire la sicurezza di tutti, anche di chi li insulta. È ora di finirla con la finta equidistanza. In certe situazioni, o stai dalla parte dello Stato, o stai contro.

Il taser è civiltà. Le polemiche sono medievali.

Chi oggi piange per il taser, ma tace quando un poliziotto finisce accoltellato o aggredito, ha perso ogni credibilità. Non è per i diritti, è solo contro chi rappresenta l’autorità. Ma indossare una divisa non significa essere esenti da critiche, significa avere il diritto a strumenti efficaci per fare il proprio lavoro. E chi pretende di toglierli, lo fa solo per ideologia. Quella tossica, che preferisce un poliziotto morto a un delinquente neutralizzato.

Il taser è civiltà, equilibrio, buon senso. È la possibilità di evitare sangue senza restare inermi. E chi lo attacca, lo fa con la spocchia di chi non sa nulla della realtà. Non vuole meno violenza: vuole solo che sia a senso unico.

E allora no, non ci stiamo. Non ci stiamo a vedere agenti trattati come carne da macello, mandati allo sbaraglio e poi processati sui social. Non ci stiamo a far decidere la sicurezza pubblica da chi non riconosce nemmeno l’autorità dello Stato.

Chi difende, va difeso. Chi aggredisce, va fermato. E chi blatera contro il taser senza proporre nulla, può serenamente restare a lamentarsi. Ma da lontano.

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Pubblicato inSicurezza

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