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Il Gabibbo, Big Red e quella somiglianza che fece storia

Ci sono personaggi che nascono per gioco e finiscono per diventare pezzi di storia nazionale, quasi presenze di famiglia. Il Gabibbo è uno di questi. Negli anni Novanta – quelli che oggi ricordiamo con una nostalgia sempre più simile a una virtù teologale – quel pupazzo rosso, sboccato, rumoroso e politicamente scorretto era ovunque. In televisione, nei corridoi delle scuole, nel linguaggio comune. Se eri grosso, rosso o semplicemente un po’ fuori misura, prima o poi qualcuno ti avrebbe affibbiato quel soprannome. Senza cattiveria, si dice. Ma con una certa dose di allegria rude, tipicamente italiana.

Il Gabibbo non era solo una mascotte televisiva. Era un’icona pop, forse l’ultima davvero condivisa prima della frammentazione digitale. Più famoso di molti leader politici, più riconoscibile di tanti simboli ufficiali. E soprattutto figlio di un’epoca in cui la satira televisiva non chiedeva permesso, men che meno scusa.

Dallo schermo al mito (e ritorno)

Il debutto ufficiale del Gabibbo avviene nel 1990, dentro Striscia la Notizia, la creatura di Antonio Ricci che ha saputo trasformare l’irriverenza in metodo. Da lì in poi è un crescendo: gag, tormentoni, servizi, pupazzi, merchandising. Il Gabibbo smette presto di essere “un personaggio di Striscia” e diventa un elemento dell’immaginario collettivo, una sorta di maschera contemporanea, rozza ma efficace, che diceva quello che molti pensavano senza poterlo dire.

Poi, come spesso accade ai miti, arriva il momento della rilettura. Tra ironia postmoderna e suggestioni complottiste, qualcuno inizia persino a vederlo come simbolo oscuro, violento, quasi un emissario del caos mediatico. Letture eccessive, certo, ma rivelatrici di una cosa: il Gabibbo contava. E ciò che conta, prima o poi, viene messo sotto processo.

Big Red, il “cugino” americano

È qui che la storia prende una piega sorprendente. Perché a migliaia di chilometri di distanza, molto prima che il Gabibbo comparisse sugli schermi italiani, esisteva già un altro personaggio rosso, voluminoso e inconfondibile: Big Red, mascotte della Western Kentucky University.

Big Red nasce nel 1979, non in uno studio televisivo ma in un campus universitario americano. È un progetto artigianale, ideato e realizzato da uno studente, Ralph Carey, che cuce il costume e lo indossa durante le partite degli Hilltoppers. Nessuna grande strategia di marketing, solo entusiasmo, spirito goliardico e identità sportiva. Eppure quella creatura rossa, informe e sorridente diventa presto un simbolo ufficiale, stabile, riconosciuto.

Quando, anni dopo, le immagini di Big Red e del Gabibbo vengono affiancate, la somiglianza è impossibile da ignorare. Non tanto nei dettagli, quanto nell’insieme: il colore, il volume, la presenza scenica. Da qui la domanda, tanto semplice quanto esplosiva: coincidenza o ispirazione?

Aule di tribunale, non studi televisivi

La questione smette di essere una curiosità da bar e diventa un affare serio nei primi anni Duemila. Nel 2003 si apre una lunga causa legale che coinvolge Striscia la Notizia, la Western Kentucky University e i detentori dei diritti di Big Red in Europa. Il contenzioso dura quindici anni, attraversa più gradi di giudizio e chiama in causa periti, giudici e avvocati chiamati a fare ciò che sembra assurdo: analizzare scientificamente due pupazzi.

La Cassazione, nel 2017, mette la parola fine. Dopo un confronto minuzioso su forme, proporzioni e caratteristiche, stabilisce che non c’è plagio. Somiglianza sì, ma non sufficiente a configurare una violazione del diritto d’autore. Due personaggi simili, nati in contesti diversi, con funzioni e linguaggi differenti.

Una verità tutta televisiva

A rendere il tutto perfettamente coerente con lo spirito di Striscia, arriva anche la risposta più surreale: il Gabibbo non sarebbe né italiano né americano, ma l’evoluzione del Gerrothorax, (vedi sotto) un anfibio preistorico vissuto oltre 200 milioni di anni fa. Una spiegazione grottesca, ovviamente. Ma anche una dichiarazione di poetica: la satira non chiede certificati di nascita.

E forse è proprio questo il punto. Il Gabibbo non è solo un pupazzo rosso, né il clone di una mascotte americana. È il prodotto di un’Italia che sapeva ridere di sé, che non aveva paura del grottesco, che accettava l’eccesso come forma di verità. Oggi, in un tempo più educato ma anche più ipocrita, una figura così farebbe fatica a nascere. E forse a sopravvivere.

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Pubblicato inCuriosità

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