In questi giorni l’Iran sta vivendo la più seria ondata di protesta da anni, e la cosa interessante (e per Teheran inquietante) è da dove sia partita: non solo dalle periferie o dalle università, ma anche da quel mondo del bazar che nel 1979 fu uno dei pilastri della rivoluzione islamica. Oggi, invece, molti mercanti si sentono strangolati da inflazione, crollo della moneta e soprattutto dalla crescente “economia di caserma” controllata dai Pasdaran.
Che cosa sta succedendo adesso
Secondo diverse ricostruzioni, le proteste sono esplose a fine dicembre 2025 (molte cronache indicano il 28 dicembre come data spartiacque) dopo l’ennesima impennata dei prezzi e l’ennesima caduta del rial, e in poche ore la rabbia economica si è trasformata in slogan apertamente politici, fino a colpire il vertice del sistema.
La risposta dello Stato è stata la solita ricetta del regime quando si sente alle corde: repressione dura, arresti, processi-lampo, minaccia di condanne esemplari; in parallelo, blackout e restrizioni internet per spezzare coordinamento e narrazione.
Sui numeri – come sempre – c’è una battaglia di cifre: alcune ONG e gruppi di monitoraggio parlano di centinaia di morti e oltre diecimila arresti, mentre le autorità minimizzano e accusano “nemici esterni”.
E qui sta il punto: non è “una protesta”, è una somma di proteste. E quando le sommi, ottieni una crepa strutturale.
La causa immediata: soldi, pane, futuro
Il detonatore più “semplice” è la vita quotidiana. Inflazione altissima, salari che inseguono i prezzi senza raggiungerli, risparmi bruciati, moneta che perde credibilità. Persino le proiezioni internazionali continuano a indicare un’inflazione molto elevata nel 2026.
A questo si aggiunge un’economia che fatica a crescere (e in alcuni scenari rischia la contrazione), sotto il peso combinato di sanzioni, instabilità, shock geopolitici e problemi strutturali.
Ma in Iran l’economia non è mai solo economia: è potere. Ed è qui che entra in scena il convitato di pietra.
Il nervo scoperto: lo Stato dentro lo Stato (Pasdaran)
Molte analisi sottolineano che una parte crescente dei settori strategici – dall’energia ai trasporti, dall’edilizia alla logistica – è finita nell’orbita dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC/Pasdaran). Questo significa due cose molto concrete: più rendite per gli apparati e meno ossigeno per imprese, bazar, ceto medio produttivo.
E qui si capisce perché il fatto che il bazar protesti sia simbolicamente devastante: nel ’79 clero + bazar erano un’alleanza. Quando quell’alleanza si incrina, il regime perde un pezzo della sua “legittimità storica”, non solo qualche vetrina.
Le radici profonde: una frattura che viene da lontano
Per capire le origini non basta dire “sanzioni” (che pure contano). La frattura nasce da almeno quattro linee di faglia, che negli ultimi anni si sono allargate.
La prima è generazionale e culturale: una parte enorme della popolazione è nata dopo la rivoluzione e vive come imposizione ciò che il regime racconta come identità. Il movimento “Donna, Vita, Libertà” esploso dopo la morte di Mahsa (Jina) Amini nel 2022 resta una ferita aperta e un precedente: ha insegnato che la protesta può durare, cambiare forma, riemergere.
La seconda è sociale: aspettative contro realtà. L’Iran non è un Paese “inermi e povero”: è un Paese con risorse, istruzione, capacità tecnologiche, e proprio per questo la frustrazione è più bruciante quando vede corruzione, privilegi e impunità.
La terza è materiale: oltre a prezzi e lavoro, ci sono crisi idriche ed energetiche e gestione inefficiente, che trasformano la fatica in rabbia perché toccano casa, bollette, servizi essenziali e quotidianità.
La quarta è politico-istituzionale: lo spazio per cambiare davvero le cose dall’interno appare stretto. Anche quando emergono figure più presentabili o “dialoganti”, il baricentro resta nella struttura del potere, e nelle ore di crisi si vede chi parla dal palco e chi no.
Il fattore esterno: sanzioni, nucleare e rischio guerra
Le sanzioni non sono una scusa inventata dal regime: incidono davvero. Ma è altrettanto vero che spesso diventano il paravento perfetto dietro cui il sistema giustifica tutto e chiude ogni spiraglio, mentre l’economia reale paga il prezzo.
Sul tavolo c’è poi il dossier nucleare: rapporti e aggiornamenti dell’AIEA negli ultimi mesi hanno continuato a descrivere un quadro problematico sul piano della trasparenza e della cooperazione, e questo alimenta la spirale pressione internazionale → isolamento → sofferenza interna.
E infine la regione: dopo le fiammate e i fronti indiretti, il rischio è che l’Iran resti intrappolato in un clima da “assedio permanente”, che il regime usa per stringere i ranghi e che però logora società ed economia.
Perché proprio ora
Perché si sono allineate tre cose insieme: una crisi economica che non dà tregua, una società che sente di non avere più nulla da perdere, e un sistema che risponde con la forza perché teme che ogni concessione sia l’inizio della fine. Quando in più si aggiunge l’oscuramento dell’informazione e la repressione, la protesta non sparisce: cambia pelle, si frammenta, ma resta.
Da cristiani, qui c’è una cartina di tornasole semplice: quando la politica smette di servire la persona e diventa macchina che si serve delle persone, prima o poi la dignità chiede il conto. E quel conto, in Iran, lo stanno presentando in tanti – con motivazioni diverse – nello stesso momento.
E adesso cosa succederà?
Nel breve periodo è difficile immaginare un esito “pulito”. Il regime prova a resistere con apparati e narrativa del complotto; l’opposizione è diffusa, ma non sempre coordinata; l’esterno oscilla tra condanna, pressioni e calcoli strategici.
La vera domanda è se la crepa resterà “sociale” o diventerà “di élite”: quando pezzi di economia, burocrazia e potere smettono di credere alla stabilità, allora la storia accelera.

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