Il gesto più grave dai tempi di Marcel Lefebvre è diventato realtà. A Écône, in Svizzera, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha proceduto mercoledì mattina alla consacrazione di quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio, ignorando l’ultimo, accorato appello di Papa Leone XIV. Una scelta che, dal punto di vista del diritto canonico, rappresenta un atto scismatico e comporta la scomunica “latae sententiae” – cioè automatica – per il vescovo consacrante e per i nuovi consacrati.
La scena richiama inevitabilmente quella del 30 giugno 1988, quando monsignor Marcel Lefebvre, sfidando apertamente San Giovanni Paolo II, consacrò quattro vescovi sempre a Écône. Anche allora Roma parlò di rottura con la comunione ecclesiale, e pochi giorni dopo il Pontefice pubblicò il motu proprio Ecclesia Dei, qualificando quel gesto come un atto scismatico. Nel 2009 Benedetto XVI, nel tentativo di favorire una riconciliazione, revocò la scomunica personale ai quattro vescovi superstiti, senza però sanare la posizione canonica della Fraternità né risolvere le profonde divergenze dottrinali.
Quella mano tesa, purtroppo, non ha prodotto i frutti sperati. Oggi, trentotto anni dopo, la storia sembra ripetersi.
L’ultimo appello rimasto inascoltato
Fino all’ultimo la Santa Sede ha cercato di evitare la rottura. Nella lettera indirizzata al superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani, Papa Leone XIV aveva riconosciuto l’attaccamento di molti fedeli lefebvriani alla liturgia tradizionale, alla formazione sacerdotale e alla fedeltà alla Tradizione cattolica, chiedendo però con forza di non procedere a un gesto destinato a compromettere ulteriormente l’unità della Chiesa. L’appello è rimasto lettera morta.
A presiedere la cerimonia è stato mons. Alfonso de Galarreta, assistito da mons. Bernard Fellay, mentre sono stati consacrati don Pascal Schreiber, don Michael Goldade, don Michel Poinsinet de Sivry e don Marc Hanappier. Secondo gli organizzatori erano presenti oltre 17.000 fedeli, mentre la celebrazione è stata trasmessa in diretta mondiale attraverso i canali della Fraternità.
Chi sono davvero i lefebvriani
Per comprendere la portata dello strappo consumatosi a Écône, occorre anzitutto capire chi siano i cosiddetti lefebvriani. Con questo nome vengono indicati gli appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), fondata nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, già missionario in Africa, arcivescovo di Dakar e figura di primo piano dell’episcopato cattolico del Novecento. La Fraternità nacque inizialmente con il riconoscimento del vescovo di Friburgo e con l’obiettivo dichiarato di preservare la formazione sacerdotale tradizionale e la liturgia anteriore al Concilio Vaticano II.
Con il passare degli anni, tuttavia, il dissenso di Lefebvre nei confronti delle riforme conciliari si trasformò in una vera e propria contestazione ecclesiologica. La Fraternità non si limita infatti a preferire la Messa tridentina celebrata secondo il Messale del 1962 – una possibilità oggi prevista anche all’interno della Chiesa cattolica in determinate condizioni – ma contesta alcuni dei documenti più importanti del Concilio Vaticano II, in particolare quelli riguardanti la libertà religiosa, il dialogo ecumenico, i rapporti con le altre religioni e alcuni aspetti della collegialità episcopale. Secondo la loro interpretazione, tali riforme avrebbero favorito l’ingresso del “modernismo” nella Chiesa.
Oggi la Fraternità San Pio X rappresenta una realtà internazionale tutt’altro che marginale. È presente nei cinque continenti, dispone di circa 700 luoghi di culto, oltre 700 sacerdoti, centinaia di seminaristi, scuole, seminari e case religiose, raccogliendo attorno a sé alcune centinaia di migliaia di fedeli. Proprio questa consistenza numerica rende particolarmente delicato il nuovo strappo con Roma, perché non riguarda un piccolo gruppo isolato, ma un movimento organizzato e capillarmente diffuso.
Va inoltre ricordato un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico. I lefebvriani non sono sedevacantisti. Essi continuano formalmente a riconoscere l’esistenza e la legittimità del Papa, che viene anche nominato nel Canone della Messa. Tuttavia ritengono che, a partire dal Concilio Vaticano II, i Pontefici abbiano introdotto errori dottrinali tali da giustificare una sorta di “stato di necessità” che consentirebbe loro di agire anche contro precise disposizioni della Santa Sede. È proprio questa convinzione ad aver portato prima Marcel Lefebvre, nel 1988, e oggi i suoi successori, a procedere alle consacrazioni episcopali senza il necessario mandato pontificio.
È questa la differenza decisiva tra chi, nella piena comunione ecclesiale, coltiva la spiritualità tradizionale e chi invece ritiene di poter giudicare l’autorità del Successore di Pietro. La storia della Chiesa dimostra che il cattolicesimo ha sempre conosciuto una pluralità di riti, spiritualità e sensibilità teologiche; ciò che ne ha garantito l’unità non è mai stata l’uniformità liturgica, bensì la comunione con il Romano Pontefice. Ed è proprio questo legame che oggi appare nuovamente compromesso.
Tradizione sì, ribellione no
È necessario distinguere due piani che spesso vengono confusi.
Una cosa è l’amore per la Messa tradizionale, per il latino, per la liturgia tridentina, per la spiritualità classica della Chiesa. Tutto questo, di per sé, non costituisce alcun problema. Anzi, lo stesso Benedetto XVI, con il Summorum Pontificum, aveva riconosciuto il valore spirituale della liturgia antica, favorendone una più ampia diffusione.
Ben altra cosa è invece contestare l’autorità del Romano Pontefice. Nella dottrina cattolica, infatti, il Papa non è un semplice primus inter pares, né il presidente di una federazione di Chiese indipendenti. Egli è il Successore di Pietro, principio visibile dell’unità ecclesiale. Senza questa comunione, la Chiesa perde uno dei suoi elementi costitutivi.
Per questo motivo la consacrazione episcopale senza mandato pontificio non viene considerata un semplice illecito disciplinare, ma un gesto che colpisce direttamente la comunione della Chiesa. Il Codice di Diritto Canonico prevede infatti la scomunica automatica per chi consacra un vescovo senza il mandato del Papa e per chi riceve tale consacrazione. Le ordinazioni rimangono sacramentalmente valide, ma sono gravemente illecite.
L’errore di sentirsi “l’unica vera Chiesa”
Tra le voci più autorevoli intervenute nei giorni scorsi vi è quella del cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Pur essendo spesso considerato uno dei cardinali più sensibili alla tradizione, Müller ha espresso parole molto dure nei confronti della Fraternità.
Secondo il porporato, il problema non è la liturgia antica, bensì la convinzione, maturata in alcuni ambienti lefebvriani, di rappresentare l’unica autentica Chiesa cattolica, mentre tutti i Papi successivi al Concilio Vaticano II avrebbero deviato dalla vera dottrina.
Una posizione che, osserva Müller, finisce paradossalmente per ricordare proprio ciò che i lefebvriani rimproverano ai protestanti: il giudizio del singolo o del proprio gruppo posto al di sopra dell’autorità della Chiesa.
Una ferita per tutta la Chiesa
La vicenda lascia inevitabilmente un senso di amarezza.
Molti fedeli legati alla liturgia tradizionale non condividono infatti la scelta della Fraternità e continuano a vivere pienamente in comunione con Roma attraverso istituti come la Fraternità Sacerdotale San Pietro, l’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote e altre realtà che celebrano regolarmente secondo il rito tradizionale pur riconoscendo integralmente l’autorità del Pontefice.
Questo dimostra che non è la Messa antica a dividere, bensì il rifiuto dell’obbedienza ecclesiale. Ed è forse questo l’aspetto più doloroso dell’intera vicenda.
Per decenni la Santa Sede ha cercato il dialogo. Giovanni Paolo II tentò fino all’ultimo di fermare Lefebvre. Benedetto XVI revocò le scomuniche del 2009 come gesto di riconciliazione. Anche Papa Leone XIV ha scelto la via dell’appello e della pazienza.
La risposta, ancora una volta, è stata una consacrazione episcopale senza mandato pontificio.
Uno scisma che poteva essere evitato
La Chiesa cattolica ha sempre conosciuto tensioni, dibattiti e perfino profonde divisioni. Tuttavia, la sua storia insegna anche che la fedeltà alla Tradizione non può essere separata dalla comunione con il Successore di Pietro.
Chi ama davvero la Tradizione cattolica dovrebbe ricordare che essa non consiste soltanto nella conservazione delle forme liturgiche, ma anche nella trasmissione integra della costituzione stessa della Chiesa, che comprende il ministero petrino.
Le consacrazioni di Écône rischiano così di rappresentare non una vittoria della Tradizione, ma una dolorosa sconfitta dell’unità ecclesiale. Una frattura che probabilmente segnerà a lungo il futuro della Fraternità San Pio X e renderà ancora più difficile quel cammino di riconciliazione che, fino all’ultimo, Roma aveva cercato di mantenere aperto.

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