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Kamala Harris: la peggior vicepresidente della storia USA

Da un lato abbiamo Joe Biden, un presidente la cui età è oggetto di battute a livello globale, un uomo che ogni volta che apre bocca lascia tutti con il fiato sospeso, chiedendosi quale gaffe uscirà dalla sua bocca. Ma a rendere la situazione ancora più tragicomica è la sua vice, Kamala Harris, una figura che ha rapidamente raggiunto il fondo nella classifica dei vicepresidenti americani. Se mai c’era una speranza che potesse raccogliere l’eredità di Biden, quella speranza è stata sepolta sotto una montagna di errori, mancanza di carisma e incompetenza.

Una vicepresidente che nessuno ha mai voluto

Come è possibile che Kamala Harris, una volta salutata come la nuova stella emergente del Partito Democratico, sia finita per essere considerata la peggiore vicepresidente della storia americana? Beh, la risposta è tanto semplice quanto imbarazzante: nessuno la voleva davvero. È stata scelta più per ragioni simboliche che per meriti reali. Donna, figlia di immigrati, rappresentante dell’ala sinistra del partito – Kamala era la perfetta incarnazione della narrazione “politically correct”. Ma la politica non si fa solo con simboli e belle storie, e gli americani l’hanno capito presto.

Una discesa rapida e inevitabile

I numeri non mentono. Un sondaggio di Usa Today e Suffolk University mostra che il 52% degli elettori disapprova il suo operato, e solo il 36% la promuove. Per contestualizzare: persino Joe Biden, con tutti i suoi errori, è riuscito a ottenere un 41% di approvazione. E ricordiamo che stiamo parlando di Biden, un presidente che potrebbe addormentarsi durante un discorso e che sembra dimenticare dove si trova metà del tempo.

Per Kamala Harris, però, la situazione è ancora peggiore. Ogni mossa, ogni parola, ogni apparizione pubblica sembra spingere ulteriormente la sua popolarità verso il basso. Federico Rampini del Corriere della Sera ha descritto perfettamente la sua parabola: una “fabbrica di gaffe” quasi altrettanto imbarazzanti di quelle di Biden, spesso sguaiata e antipatica, un’incapace. Biden le ha affidato il dossier sull’immigrazione, e cosa ha fatto Kamala? Durante il suo primo viaggio all’estero, in Guatemala, ha detto alla popolazione locale: «Non venite». Una mossa tanto semplice quanto disastrosa, che ha immediatamente demolito l’immagine radicale che aveva tentato di costruirsi all’interno del partito.

Il peggior vicepresidente della storia?

L’autorevole istituto Gallup ha condotto una ricerca storica che parla chiaro: Kamala Harris è, di gran lunga, la vicepresidente meno amata dal 1970 ad oggi. Persino Dan Quayle, il tanto deriso vice di Bush, ha avuto una popolarità superiore. Harris è riuscita nell’impresa di fare peggio di tutti, da Dick Cheney a Al Gore, da George Bush a Walter Mondale. È un record di cui vantarsi? Non proprio.

Ma la situazione potrebbe peggiorare ancora di più? La risposta sembra essere sì. Gli americani sono noti per essere un popolo di secondi pensieri, ma è difficile immaginare che possano cambiare idea su Harris in appena quattro mesi, soprattutto dopo aver maturato un’opinione tanto negativa in quattro anni.

Un outsider costruito a tavolino

E qui arriva il colpo di scena: in una campagna elettorale movimentata come quella degli Stati Uniti, sembra che qualcuno abbia deciso di dare a Kamala Harris una seconda chance. Joe Biden si ritira e improvvisamente Harris, che fino a ieri era impresentabile, diventa la nuova grande outsider. I giornali liberal iniziano a raccontare che Harris, in pochi giorni, è passata da essere una sconfitta annunciata a una vincente nei sondaggi, sorpassando addirittura Donald Trump. Ma è davvero così? Ovviamente no.

Quello che abbiamo visto è più uno spettacolo mediatico che una realtà politica. Come chiunque conosca un minimo le elezioni americane sa bene, i sondaggi nazionali contano poco. Quello che davvero importa sono gli “Swing States”, gli Stati sempre in bilico tra Democratici e Repubblicani. Ed è proprio in questi Stati che Trump, nonostante tutti i suoi difetti, rimane in vantaggio.

Una magia mediatica che non convince

Quindi, come ha fatto Kamala Harris a compiere questa “magia” in poche ore? Beh, la risposta è semplice: non l’ha fatto. O almeno, non nel modo in cui i giornali vicini ai Dem vorrebbero farci credere. È stata messa in moto una macchina mediatica potente, finanziata da lobby e gruppi vicini al Partito Democratico, con l’unico scopo di rilanciare l’immagine di Harris. Una strategia pianificata a tavolino, con enormi fondi sbloccati subito dopo il ritiro di Biden, pronti per essere spesi in una campagna che però, fino ad ora, non ha prodotto nulla di concreto. Harris non ha ancora fatto un programma politico, non ha ancora fatto promesse elettorali, non ha detto praticamente nulla. Si è limitata a sorridere.

Ma c’è un problema: gli elettori americani non sono stupidi. Possono essere influenzati dai media, certo, ma alla fine sono i numeri che contano. E i numeri, specialmente quelli degli Swing States, determinano chi vince. Trump è ancora davanti nei sondaggi, soprattutto negli Stati cruciali, e Harris dovrà lavorare molto per recuperare il terreno perso. La storia del sorpasso di Kamala Harris su Trump è stata più che altro una bella favola mediatica, ma ricordiamoci cosa è successo nel 2016: Hillary Clinton, anche lei data per vincente dai media, ha perso. Harris deve ancora dimostrare di essere all’altezza della sfida, e per ora è molto lontana dal farlo.

L’assenza dai grandi teatri internazionali

È interessante notare come i sostenitori di Harris abbiano cercato di giustificare la sua assenza dai grandi scenari internazionali. La guerra in Ucraina, la crisi di Gaza, le relazioni con la Cina: su tutti questi fronti è il Segretario di Stato, Antony Blinken, a muoversi. E Kamala? Se ne sta a Washington. La giustificazione? «Il ruolo del vicepresidente Usa è oscuro, lavora tanto e bene ma di nascosto». Una scusa patetica, che cerca di nascondere l’imbarazzo di avere una vicepresidente che non è nemmeno troppo amata all’interno del suo stesso partito.

Un film già visto

Immaginare Kamala Harris alla Casa Bianca, con la valigetta dei codici nucleari, non è un pensiero rassicurante. Il suo mandato come vicepresidente è stato un disastro su tutti i fronti, e il tentativo di rilanciarla come candidata alla presidenza sembra più una strategia disperata che una reale possibilità di successo. Gli americani non sono ancora convinti, e Harris ha poco tempo per cambiare le loro opinioni. Se la sua ascesa a grande outsider sembra un film già visto, è perché lo è davvero. Ma come finirà questa volta? La risposta è tutt’altro che scontata.

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Pubblicato inPolitica

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