Se ne vanno in silenzio, senza clamore, gli uomini che hanno davvero inciso nella storia politica italiana. Roberto Maroni è stato uno di questi: lontano dalle pose, allergico alla propaganda, capace di unire visione e competenza. Dalla Lega delle origini al Viminale, dalla battaglia autonomista alla Lombardia, la sua è stata una traiettoria coerente, spesso controcorrente, sempre radicata in un’idea precisa di Stato, istituzioni e responsabilità. Una figura che oggi, nel tempo del rumore, pesa ancora di più proprio per la sua assenza.
Dalla militanza rossa al Carroccio
La parabola politica di Roberto Maroni è una di quelle che oggi sembrano impossibili. Fino a 24 anni militò nell’estrema sinistra, poi l’incontro destinato a cambiare tutto: Umberto Bossi. Era il 1980 quando nasceva la Lega Lombarda e Maroni veniva eletto consigliere comunale a Gallarate. Laureato in Giurisprudenza, avvocato, consulente e manager legale per grandi aziende internazionali, portò nella politica un profilo tecnico, colto e poco incline alle improvvisazioni.
Nel 1989, insieme a Bossi, fondò la Lega Nord, quella originale, identitaria, radicata. Una Lega che oggi non esiste più, ma che porta ancora impresso il suo nome.
Il Viminale e la svolta istituzionale
Deputato dal 1992, nel 1994 divenne Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio, primo nella storia repubblicana ad arrivare al Viminale senza passare dalla Democrazia Cristiana. Un fatto politico enorme, che segnò la fine di un’epoca.
Dal 1996 la stagione più radicale, quella della secessione, poi evoluta in federalismo concreto, mentre ricopriva anche l’incarico di Ministro del Lavoro nei governi Berlusconi II e III. Maroni non urlava: costruiva.
L’ombra del terrorismo e la sicurezza
Il 2001 fu l’anno più duro: l’assassinio dell’amico Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse nonostante Maroni avesse chiesto protezione per lui. Una ferita mai rimarginata.
Tornato al Viminale tra il 2008 e il 2011, firmò il Decreto Sicurezza e rispose colpo su colpo alle accuse e alle narrazioni ostili, comprese quelle di Roberto Saviano. Era fermo, mai scomposto, allergico alla retorica.
Segretario, Governatore, autonomista
Nel 2012 raccolse il testimone di Bossi diventando Segretario della Lega Nord, ma si fece da parte dopo un solo anno, accettando l’ascesa di Salvini, che avrebbe trasformato il partito, togliendo il Nord e perdendo l’anima.
Quello stesso anno venne eletto Presidente della Regione Lombardia, incarico che onorò con due mandati, promuovendo il Referendum per l’Autonomia. La sua battaglia, dalla secessione al federalismo, restò sempre coerente e mai opportunista. Nel 2018 passò il testimone ad Attilio Fontana e si ritirò dalla politica attiva.
L’uomo, prima del politico
Fuori dai palazzi, Maroni era musica e mare. Musicista vero, non per posa, e velista appassionato: nel 2018 attraversò l’Atlantico in catamarano con cinque amici. Scriveva sul Foglio la rubrica I Barbari Foglianti, lucida, ironica, tagliente, e sostenne senza ambiguità la candidatura di Giorgia Meloni.
Nel 2021 rinunciò alla corsa per Varese. La malattia, tenuta lontana dai riflettori, stava già presentando il conto.
Un’eredità che pesa
Roberto Maroni se n’è andato a 67 anni, troppo presto, lasciando un vuoto politico e umano. Resta l’immagine di un uomo coerente, preparato, capace di dialogo, lontano dagli isterismi di oggi. Un politico di razza, di quelli che non si improvvisano. E che, proprio per questo, mancano terribilmente.

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