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Il Qatargate mette in luce quella che oltre Oceano è considerata un’attività professionale legale e disciplinata. Il primo lobbista della storia americana è stato il presidente degli Stati Uniti Ulysses Grant, tra il 1869 e il 1877. Obbligo di dichiarare ogni attività e divieto di regali

Il fenomeno del “lobbying” negli Stati Uniti ha un’etimologia latina ma una prassi molto americana: si fa nei ‘corridoi’ dei palazzi che contano, ma alla luce del sole, faccia a faccia, e tutti i soldi dati da individui o aziende devono essere pubblicati e riportati ogni tre mesi. I regali, invece, sono vietati. Il termine viene dal latino tardo medievale “laubia”, utilizzato negli ambienti monastici per indicare la “loggia” dove si camminava e si discuteva.

Negli Stati Uniti ha assunto il significato attuale, cioè di pressione per ottenere una legge a favore, due secoli fa, all’inizio del 1800, quando l’appellativo di “lobby-agents” venne attribuito a tutti quelli che cercavano di fare pressione sui membri del Congresso di Albany, la capitale dello Stato di New York.

Una versione più romanzata vuole che il primo vero lobbista della storia americana fosse stato il presidente degli Stati Uniti Ulysses Grant, tra il 1869 e il 1877, quando soggiornava al Willard Hotel, a pochi passi dalla Casa Bianca, e nella “lobby” riceveva persone che chiedevano interventi particolari.

Vennero chiamati “lobbisti” e a lungo restò un termine nobile, considerato pilastro della democrazia, ma diventato negativo a causa di pratiche poco trasparenti. Proprio per salvare la natura di questo istituto democratico, il Congresso approvò nel 1946 una legge, il Federal Regulation of Lobbying Act, secondo cui “chiunque individualmente, o attraverso un loro agente o impiegato o altre persone di qualunque tipo, direttamente o indirettamente sollecita, raccoglie o riceve denaro o altre cose di valore da usare principalmente per aiutare l’approvazione o la bocciatura di qualsiasi legge da parte del Congresso” doveva entrare in uno “specifico Albo”.

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Il lobbista aveva l’obbligo di dichiarare per chi lavorava e quello di redigere ogni quattro mesi un rapporto con informazioni sulla propria attività. Le notizie ancora oggi vengono raccolte nel Registro del Congresso, e possono essere usate in caso di omissioni o trasgressioni. La definizione su chi potesse fare il lobbista è arrivata, però, solo nel 1995 con il “Lobbying Disclosure Act”. Il lobbista è chiunque “impiegato o stipendiato tramite compensi finanziari o non per servizi che includano più di un contatto lobbistico”.

Per “contatto” si intende ogni comunicazione orale o scritta, anche per posta digitale, inviata a un rappresentante del Congresso o dell’amministrazione. Viene fissato anche un limite minimo di tempo per fare il lobbista: almeno il venti per cento del proprio orario di lavoro deve essere dedicato alla persona su cui fare lobby, in un arco di sei mesi. Tre sono i modi codificati per fare lobbying e, naturalmente, non è compresa la classica valigetta con i dollari.

La formula più diffusa prevede che il lobbista incontri il legislatore faccia a faccia con un appuntamento messo in programma per iscritto. È consigliato presentarsi con una sinossi di una pagina e prevedere che il tempo non superi i venti minuti. In alternativa, il lobbista può incontrare un membro dello staff del legislatore, procedura più consigliata perché aumentano le possibilità di essere ascoltati. Ma dipende dal tipo di azienda.

I lobbisti più esperti e conosciuti al Campidoglio, a volte ex politici, spesso analisti e top manager, possono saltare tutta la procedura e andare direttamente al sodo, saltando la trafila: possono muoversi nei corridoi di Capitol e intercettare il politico di riferimento. Tra le tecniche usate c’è quella di offrire un posto ben retribuito da lobbista a un membro dello staff del legislatore, in modo da invogliarlo a seguire con attenzione il caso. Ma poi per il passaggio da un ruolo all’altro servirà una finestra di almeno un anno.

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Nel 2007, dopo lo scandalo Abramoff, un caso di corruzione che coinvolse una ventina di membri del Congresso, il presidente George W. Bush introdusse controlli più severi e l’obbligo per i lobbisti di dettagliare la propria attività ogni tre mesi, e non più quattro. Tutti i membri del Congresso da allora devono dichiarare il totale dei contributi elettorali ricevuti sia da privati sia da aziende. Inoltre non possono accettare regali e devono aspettare almeno due anni prima di passare, eventualmente, dall’altra parte e svolgere attività di lobby.

Fino al 2020, secondo un’analisi del Wall Street Journal, Facebook e Amazon sono state le prime aziende in Usa per attività di lobbying, con una spesa, ciascuna, tra i diciotto e venti milioni di dollari l’anno. Nel 2021 la spesa maggiore è stata fatta dalle Camere di commercio americane, con 66,4 milioni di dollari, seguite dal settore immobiliario, con 44 milioni, e quello farmaceutico e manifatturiero, 29 milioni. Meta ha speso 20 milioni, Amazon 19,3.

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