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Bisogna rimettere al centro la persona e i suoi bisogni, anche quando la vita volge al termine

Una delle opere di misericordia corporali è quella di “visitare gli infermi” e, forse, sarà uno dei peggiori ricordi di questa pandemia: l’aver lasciato soli i malati negli ospedali o nei vari luoghi di ricovero dove alcuni, così, da soli, sono morti. È quasi impossibile andare a trovare un amico ammalato, le giuste attenzioni a non diffondere l’eventuale contagio, hanno chiuso le porte a tutti e questo anche per le normali visite a casa che ci hanno bloccato anche per un eccesso di prudenza.

Ci rinchiudiamo per paura per noi e per gli altri. Ma quanto sia importante una visita, una parola, un contatto lo sa bene chiunque sia passato da uno stato di malattia e di isolamento e c’è chi ha descritto il bene che fa la vicinanza al malato anche terminale. Chi ha sempre ritenuto importante la vicinanza e il contatto col malato è Marie de Hennezel, psicologa, psicoterapeuta francese che ha dedicato, e dedica, la sua vita professionale alla vicinanza, all’ascolto, al contatto fisico col malato, spesso nelle fasi terminali della sua malattia. Con effetti sorprendenti anche su persone che non volevano più vivere. E l’isolamento del morente è una tentazione sempre più diffusa, accentuata in questi ultimi due anni, ma presente da molto tempo.

«Il vero scandalo, la vera barbarie, non è stato quello di privare i nostri anziani di una rianimazione che non avrebbero potuto sopportare, e che non li avrebbe salvati. Il vero scandalo è stato lasciarli morire senza accompagnamento, senza la presenza di una persona cara, senza un aiuto spirituale per chi lo richiedeva». Così Marie de Hennezel sintetizza il dramma di questi anni e speriamo che queste riflessioni riescano a far capire che gli ultimi momenti della nostra vita sono importanti, non solo per chi la lascia, ma anche per chi resta.

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E sulla stessa linea anche suor Costanza Galli, medico che dirige l’Unità operativa Cure palliative dell’Azienda Toscana Nord Ovest a Livorno: «Dobbiamo rimetterci con i piedi per terra – spiega Galli – e valorizzare un approccio che, non più incentrato sull’onnipotenza della tecnica, metta invece al centro la persona e i suoi bisogni». E ancora, durante un webinar per i festeggiamenti dei vent’anni del servizio a Livorno: “Non spetta a noi prolungare o abbreviare l’esistenza del malato. Noi ci occupiamo di provvedere al sollievo dal dolore e dagli altri sintomi nel tentativo di rendere ogni istante “vita” e non un tempo di attesa della fine”. Messaggi pieni di amore e speranza in un mondo che cerca in tutte le maniere di nascondere sofferenza e morte.

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