Immaginatevi una scenetta degna di un film di spionaggio con una spruzzata di ironia alla “Johnny English”. Ecco, il siparietto di Emmanuel Macron che si lancia in proclami sull’invio di truppe Nato in Ucraina sembra uscito da uno di quei film, ma con un tocco di déjà vu per gli appassionati di geopolitica. Macron ci fa il verso dell’innovazione, ma nella realtà ci sta solo ricordando che l’acqua bagna e il fuoco brucia: la Nato? Ha già messo gli stivali, anzi, gli “scarponi sul terreno” in Ucraina da una vita, e chi si stupisce o fa finta di niente, probabilmente vive su Marte o ha perso l’ultimo shuttle per la Terra.
Dai, su! Questa presenza “segreta” della Nato in Ucraina è talmente palese che anche il più distratto degli studenti di geopolitica potrebbe raccontarvelo mentre fa skate nel cortile della scuola. Gli americani, poi, non sono stati certo degli spettatori passivi: hanno preso per mano l’intelligence ucraina già dal 2014, insegnando a Kiev come si gioca a nascondino con i russi a colpi di operazioni speciali e gadget da ultima generazione.
E quando il gioco si è fatto duro, con l’invasione russa, CIA e Pentagono hanno tirato fuori dal cilindro una rete di “avamposti” che sembrano usciti da un film di James Bond, per non parlare delle basi spionistiche – dodici, per la precisione – dove gli ucraini si sono trasformati in 007, ricevendo info a getto continuo. Il supporto tecnologico poi, tra droni e aerei che non varcano i confini ma fanno lo stesso il loro bel lavoro, ha dato agli ucraini quella “linfa” essenziale per dare filo da torcere ai russi in Crimea e non solo.
E poi ci sono loro, i “volontari” internazionali, che sotto copertura di civili, si sono uniti alla resistenza ucraina. Tra questi, sicuramente, ci sono stati ex membri di servizi segreti e militari, che magari ufficialmente sono in pensione, ma nella realtà continuano a dare il loro contributo attivo alla causa.
Le rivelazioni di un aviere americano, tale Texeira, hanno sparigliato ulteriormente le carte, elencando la partecipazione di consiglieri occidentali come se fosse la lista della spesa: britannici, lettoni, francesi, americani e persino un olandese solitario. E secondo molti esperti, questa è solo la punta dell’iceberg.
Gli inglesi, per esempio, non si sono certo tirati indietro, con i loro commando che hanno addestrato gli ucraini in operazioni degne di un film d’azione, come quella dell’Isola dei Serpenti. E non sono stati solo degli insegnanti, alcuni si sono messi in gioco direttamente sul campo.
Anche la Francia ha fatto la sua parte, non limitandosi a inviare armi, ma garantendo che tutto funzionasse alla perfezione, grazie al supporto diretto in loco. E il cancelliere tedesco Olaf Scholz, nel suo riuscito tentativo di farsi passare per il tontolone che è, ha finito per rivelare più di quanto avrebbe voluto, confermando l’assistenza diretta nell’uso di missili e nella precisione degli attacchi a lungo raggio.
Tutta questa storia ci conferma che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, le manovre sullo scacchiere ucraino sono ben più intricate e coinvolgenti di quanto i comunicati stampa, o le veline agli organi d’informazione (meglio, disinformazione) compiacenti, vogliano far credere. Critiche, malcontenti e dichiarazioni incrociate tra i paesi alleati non fanno che sottolineare una realtà: in questo gioco di potere, l’unità è un miraggio, tanto ambito quanto difficile da realizzare. E mentre i leader giocano a dama con le dichiarazioni pubbliche, sul campo si muovono pedine ben più decisive, in una partita che sa tanto di Risiko, ma con in palio ben altro che la conquista di un territorio immaginario.

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