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Il tracollo di Barnier: disfatta annunciata, République française al capolinea

Michel Barnier, pover’uomo. Ha fatto la fine del re travicello di Esopo: un governo così fragile che non è nemmeno riuscito a vedere l’alba del terzo mese. Se fosse stato un film, sarebbe uscito con il titolo: “Tre mesi e una censura”. E invece no, è la cruda realtà di una Francia che si sveglia sgomenta, ma forse neanche troppo sorpresa. Perché, diciamolo, il “regno” di Barnier – chiamiamolo pure così per pietà – era nato male, vissuto peggio e morto come tutti ci aspettavamo: nel ridicolo.

La sfiducia che fa la storia

Mercoledì 4 dicembre, giorno di disfatta. L’Assemblea Nazionale ha parlato, anzi, urlato: 331 voti a favore della mozione di censura. Bam! Un colpo così potente che potrebbe far tremare le fondamenta dell’intera Quinta Repubblica. Sì, perché un evento del genere non si vedeva dai tempi in cui De Gaulle doveva ancora spiegare ai francesi che cosa fosse un referendum. Una condanna politica senza appello, una disfatta che ha proiettato Barnier dritto nel triste primato di capo del governo più effimero della storia moderna francese. Tre mesi, appena il tempo di scaldare la poltrona.

E mentre i macronisti si strappavano i capelli – chi ne ha ancora, ovviamente – e i moderati di destra vagavano in Assemblea come anime perdute, c’era chi brindava con lo champagne. Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon, l’Nfp e compagnia bella hanno esultato come se avessero vinto la Coppa del Mondo. D’altronde, quando fai cadere un governo, è festa grande, no?

Il Titanic dell’Eliseo

Ma Barnier non è stato solo. No, lui era il violinista sul Titanic, e la nave che affondava era tutta di proprietà di Emmanuel Macron. Un Macron che ormai sembra l’ombra di sé stesso, relegato al ruolo di spettatore del proprio disastro politico. Nonostante tutto e tutti, lui persevera: “Non mi dimetto, farò un governo di interesse generale”. Ma la domanda sorge spontanea: con quale faccia? La sua presidenza ormai somiglia a quelle cene di Natale in cui nessuno vuole essere lì, ma tutti fanno finta di nulla per non rovinare l’atmosfera.

Alexandre de Galzain, caporedattore di Frontières Media ed esperto delle intricate dinamiche parlamentari francesi, ha fatto un’analisi tagliente. Per lui, la caduta di Barnier non è solo un episodio: è il simbolo del collasso di un sistema. Macron non può sciogliere l’Assemblea prima di giugno 2025 – mica ci vogliamo perdere altri mesi di agonia! – e nel frattempo deve trovare un nuovo primo ministro. Ma chi sarà così pazzo da accettare?

Marine Le Pen: la “faiseuse du roi”

In questa tragicommedia, c’è però una protagonista che sa recitare come nessun altro: Marine Le Pen. Faiseuse du roi, colei che fa il re, anche se lei il trono lo vuole tutto per sé. La strategia della Le Pen è chiara: spingere verso elezioni anticipate, trasformare l’attuale crisi in un’opportunità. Perché per lei, ogni giorno che passa con Macron all’Eliseo è un giorno in più per capitalizzare il malcontento.

Ma attenzione, non facciamoci illusioni: il Rassemblement National non ha piani concreti per un futuro governo. Come ha sottolineato de Galzain, se si andasse oggi alle urne, Marine rischierebbe di trovarsi più impreparata di un liceale alla maturità. Però, intanto, destabilizza, rompe gli equilibri, e fa cadere governi. È già qualcosa.

Un Parlamento in frantumi

Il problema, però, è che la Francia non è un gioco di scacchi, e il Parlamento non è una scacchiera. I famosi “tre blocchi” – destra, centro, sinistra – sono ormai un rompicapo irrisolvibile. Macron ha provato a giocare la carta del centro, ma il centro, come sempre, si è rivelato un buco nero: ingloba tutto, ma non produce niente. La destra tradizionale non vuole saperne del Rassemblement National, e la sinistra radicale fa paura anche a chi dovrebbe teoricamente appoggiarla. Un caos totale, insomma.

Il fantasma del governo tecnico

E ora che si fa? Semplice, si tira avanti. Macron probabilmente metterà in piedi un governo tecnico, un fantoccio che non disturbi troppo e che si occupi solo di portare la baracca fino a nuove elezioni. Perché, diciamolo chiaramente, chiunque venga messo al posto di Barnier sarà poco più di un tappabuchi. I nomi circolano già: Sébastien Lecornu, François Bayrou, François Baroin. Facce nuove? Non proprio. Cambiare primo ministro per lasciare tutto uguale: un capolavoro di strategia politica.

La Quinta Repubblica alla deriva

Ma il problema non è solo chi governa, è il sistema stesso. La Quinta Repubblica, nata per garantire stabilità, sta mostrando crepe sempre più profonde. Il modello presidenziale non funziona più in un Parlamento frammentato. L’equilibrio è saltato, e la Francia è bloccata in un limbo. Nuove elezioni legislative sembrano inevitabili, ma con quale risultato? Un altro Parlamento frammentato? Un’altra crisi? È come cercare di spegnere un incendio con una tanica di benzina.

E ora?

Il futuro della Francia è un grande punto interrogativo. Riuscirà Macron a tenere insieme i pezzi fino al 2027? Marine Le Pen riuscirà nel suo intento di guidare la Francia verso una nuova dissoluzione? E soprattutto, i francesi avranno ancora la pazienza di sopportare questa tragicommedia politica?

Una cosa è certa: il governo Barnier sarà ricordato come un simbolo. Non solo del fallimento di un uomo, ma del fallimento di un’intera classe politica incapace di rispondere alle sfide del presente. E mentre a Parigi si consumano drammi istituzionali degni di una tragedia greca, il popolo francese guarda, scuote la testa, e aspetta. Aspetta il prossimo atto di questa commedia che di comico, ormai, ha ben poco.

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Pubblicato inPolitica

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