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AAA cercasi i quattro cavalieri dell’Apocalisse criminale

L’Italia, terra di bellezze artistiche, buona cucina e… criminali che sembrano usciti da una serie TV di successo. È difficile non restare affascinati, quasi ammirati, dalla capacità di alcuni di sfuggire alla giustizia per decenni. Quattro di loro, sì, ben quattro connazionali, sono stati inclusi nella lista dei 57 super-ricercati d’Europa. Giovanni Motisi, Domenico Bellantoni, Vincenzo Parisi e Renato Cinquegranella: un poker d’assi del crimine che farebbe impallidire persino i protagonisti di un romanzo di Ellroy.

Vediamo di scoprire chi sono questi fenomeni da baraccone – perché, ammettiamolo, c’è un pizzico di sarcasmo da riservare a chi riesce a diventare “leggenda” con le mani sporche di sangue.

Giovanni Motisi, alias ‘u pacchiuni: il fantasma di Palermo

Classe 1958, Giovanni Motisi è un nome che risuona nelle viscere della malavita siciliana. Conosciuto come ‘u pacchiuni – “il grasso” – il suo soprannome non lascia molto spazio all’immaginazione. Killer di fiducia del fu Totò Riina, la sua carriera criminale è una sequenza di omicidi e sparizioni degne di un thriller hollywoodiano.

Scomparso dal 1998, si dice che abbia partecipato all’ultima festa di compleanno della figlia, dove pare che le pareti fossero coperte da lenzuola bianche per nascondere il luogo. Ma attenzione: l’arte del mimetismo non finisce qui. Le autorità hanno perfino dovuto utilizzare la tecnologia di “age progression” per immaginare come potrebbe apparire oggi. Insomma, una specie di Picasso digitale, ma al servizio della giustizia.

Qualcuno sospetta che sia morto, altri lo collocano in Francia, magari a sorseggiare un caffè in un bistrot parigino. Certo è che, nonostante tutti questi anni, resta una delle figure più misteriose di Cosa Nostra.

Domenico Bellantoni, detto Mburia: un curriculum da film horror

Se pensate che 1998 sia lontano, preparatevi: Domenico Bellantoni, alias Mburia, è latitante dal 1971. Avete letto bene: cinquantatré anni di fuga. Era l’anno dello sbarco sulla Luna, tanto per capirci.

Mburia, killer della ‘ndrangheta e affiliato ai Piromalli, è una figura tanto inquietante quanto grottesca. Non si è limitato ad accumulare omicidi nel curriculum; no, ha trovato il tempo anche per episodi agghiaccianti come lo sfruttamento di una minorenne costretta a prostituirsi a Rosarno. Un predatore che ha fatto della sua assenza una presenza costante nella lista dei più pericolosi d’Europa.

Con 80 primavere sulle spalle, viene descritto come “pericoloso e potenzialmente armato”. Sì, perché a differenza di noi comuni mortali, l’età per questi signori sembra solo un numero.

Vincenzo Parisi: l’assassino con la carta d’identità rubata

Passiamo al terzo della lista, Vincenzo Parisi, 75 anni, legato alla spietata mafia foggiana. Questo signore ha un talento speciale: riesce a distinguersi anche in un ambiente già di per sé brutale. Con due complici, ha attirato in trappola due malcapitati – Filippo Russo e Franco Cavazzuti – per ucciderli con una pistola calibro 38. Motivo? “Futili motivi”.

La sua fuga è da manuale: usa una carta d’identità rubata e falsificata per muoversi indisturbato. Pensateci: in un mondo in cui persino le maschere di Carnevale vengono scansionate dai social, questo uomo è riuscito a vivere come un fantasma.

Eppure, nonostante l’evidente abilità nel rimanere invisibile, il suo nome campeggia ancora tra i più ricercati.

Renato Cinquegranella: il camaleonte napoletano

Ultimo ma non meno importante, Renato Cinquegranella, un nome che suona quasi musicale, come una melodia di una canzone napoletana. Ma non fatevi ingannare: è ricercato per associazione mafiosa, omicidio ed estorsione.

Scomparso dal 2002, è noto per il suo legame con la Nuova Famiglia, rivale storica della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Di lui rimane solo una vecchia foto sgranata in bianco e nero, che sembra uscita dall’archivio di un detective degli anni ’80.

Cinquegranella è stato coinvolto in crimini che hanno segnato Napoli: dall’omicidio di Giacomo Frattini, alias Bambulella, torturato e fatto a pezzi, al massacro del capo della Mobile Antonio Ammaturo e del suo autista, Pasquale Paola, in un’alleanza tra camorra e Brigate Rosse.

Se ci fosse un premio per l’elusività, Renato lo vincerebbe senza problemi.

La giostra della latitanza: tra miti e reali fallimenti

Ora, prendiamoci un momento per riflettere. Come è possibile che quattro uomini – anzi, quattro simboli del crimine – siano riusciti a sfuggire così a lungo? È davvero solo merito della loro astuzia o, forse, la lentezza burocratica e le falle nei sistemi di controllo giocano un ruolo altrettanto cruciale?

La domanda è legittima: chi copre questi latitanti? Chi fornisce loro supporto logistico, risorse, documenti falsi? Perché è chiaro che non vivono da eremiti nelle caverne, ma piuttosto si muovono in una rete complessa di complicità e omertà.

Quando il mito oscura la giustizia

Questi quattro uomini sono diventati figure quasi leggendarie, circondati da un’aura di mistero e – osiamo dirlo – fascinazione. Ma dietro le loro storie c’è il sangue delle vittime, il dolore delle famiglie, e una società che continua a pagare il prezzo dell’illegalità.

L’ironia amara è che, nonostante le tecnologie avanzate, i database globali e gli accordi internazionali, questi uomini riescono ancora a sfuggire. E noi, da bravi spettatori, restiamo a chiederci se mai il sipario calerà su questa tragica farsa.

Il volto della vergogna

Giovanni Motisi, Domenico Bellantoni, Vincenzo Parisi e Renato Cinquegranella non sono eroi, né protagonisti di un racconto epico. Sono simboli di un sistema che troppo spesso fallisce. L’ironia è che, mentre loro continuano la loro fuga, la giustizia resta impantanata in una corsa che sembra senza fine.

E allora, che dire? Forse, un giorno, li troveremo. O forse no. Ma una cosa è certa: la loro latitanza è il nostro specchio. E quello che ci riflette non è sempre un bel vedere.

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Pubblicato inCriminalità

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