Eccoli di nuovo. Toghe in spalla, Costituzione in mano e un copione già scritto. I magistrati italiani tornano a protestare, questa volta contro la riforma della giustizia targata Nordio. Lo fanno con uno sciopero, con assemblee, con dichiarazioni che sembrano uscite da un teatro dell’assurdo. Perché qui non si tratta solo di una battaglia istituzionale, ma di una vera e propria resistenza corporativa.
Il dramma dell’indipendenza (quando fa comodo)
Sentite qui: “La riforma distrugge la nostra indipendenza!” gridano i vertici dell’ANM. Indipendenza da chi, però? Dal Parlamento che rappresenta i cittadini? Dalla politica che dovrebbe legiferare? O forse dal buon senso? Perché il vero problema è che questa riforma tocca un nervo scoperto: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un principio basilare in qualsiasi democrazia, ma che in Italia scatena isterie collettive.
Sì, perché l’idea che chi accusa e chi giudica debbano fare due mestieri diversi sembra rivoluzionaria, quando invece è semplicemente logica. Ma guai a toccare il sistema delle porte girevoli, dove il PM di oggi è il giudice di domani, e viceversa. Troppo comodo. Troppo utile per mantenere un potere che non risponde a nessuno.
Lo sciopero più comodo del mondo
E allora, giù con lo sciopero. Ma attenzione: non uno sciopero qualunque. No, no. I magistrati non incrociano le braccia come i metalmeccanici o i lavoratori dei trasporti. Le udienze vengono rinviate, certo, ma il loro stipendio resta intatto. Pagato dai cittadini, ovviamente. Perché alla fine, chi paga il conto di tutto questo? Sempre gli stessi: gli italiani che aspettano giustizia per anni, che vedono i processi trascinarsi all’infinito mentre le toghe fanno cortei e si indignano in televisione.
E non dimentichiamo la tempistica: lo sciopero arriva proprio mentre il governo cerca di mettere ordine in un sistema dove le cause durano decenni, i processi finiscono in prescrizione e la certezza della pena è un miraggio. Strano, vero?
Politica travestita da giustizia
Il punto è semplice: questa non è una battaglia per la giustizia, ma per il potere. La magistratura italiana è da anni un pilastro di quel sistema che si autodefinisce “indipendente” ma che in realtà è un attore politico a tutti gli effetti. Un potere che non si sottopone mai al giudizio degli elettori e che spesso finisce per condizionare la politica stessa.
Perché diciamocelo: quanti governi sono stati affossati da inchieste giudiziarie a orologeria? Quante carriere politiche sono state distrutte da avvisi di garanzia poi caduti nel nulla? Quante volte la magistratura ha invaso il campo della politica senza che nessuno osasse fiatare?
Il paradosso italiano
L’Italia è l’unico Paese dove chi deve applicare la legge decide anche quando e come protestare contro di essa. Un’anomalia che dura da decenni e che nessuno ha mai avuto il coraggio di affrontare. Ora che il governo tenta di farlo, parte la solita reazione scomposta: allarmi, scioperi, accuse di deriva autoritaria.
Ma alla fine, lo sappiamo tutti come andrà a finire: i magistrati protesteranno, i talk show si riempiranno di analisi indignate, le redazioni del mainstream scriveranno articoli apocalittici. E nel frattempo, i tribunali continueranno a essere ingolfati, le sentenze continueranno ad arrivare dopo anni e la giustizia, quella vera, continuerà a essere un privilegio per pochi.
Ecco il vero scandalo. Ma tranquilli, su questo nessuno sciopera.

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