Signore e signori, benvenuti alla vera kermesse di Sanremo, quella che non si svolge sul palco dell’Ariston, ma nelle redazioni, nei social e negli studi televisivi di opinionisti con il fiele sempre pronto all’uso. Mica si può fare un Festival della Canzone senza qualche bella polemica, altrimenti come si giustificano i cachet degli indignati professionisti?
Prendete Jake la Furia, che ha scomodato il “fascismo della musica” per spiegare la sua assenza. Sì, perché oggi a Sanremo a dirigere l’orchestra non c’è più Enrico Melozzi, ma direttamente Benito Mussolini in persona, col manganello ritmico e lo spartito totalitario. Peccato che il rap, che dovrebbe essere ribellione, si sia ridotto alla solita solfa vittimista condita di iperboli storiche a caso.
Ma non finisce qui. La domanda sull’antifascismo ai conduttori del Festival ha fatto capolino pure quest’anno, come il panettone a Natale. Carlo Conti, scaltro come una volpe, ha liquidato la questione con un bel “anacronistico”. Bravi tutti, avanti il prossimo.
E il prossimo è Elodie. Ah, Elodie, la rivoluzionaria da copertina, che ha dichiarato di non votare Giorgia Meloni neanche se la mutilassero. Bene, grazie dell’informazione, ma forse la libertà di voto e il concetto di democrazia sono più importanti di questa sceneggiata macabra?
Anche Giorgia (la cantante, non la premier) si è distinta nel nuovo sport nazionale: il bacio selettivo. Lo manda a tutte le donne che lavorano sodo, ma guai a soffermarsi su quella che, nel bene e nel male, è la prima donna Presidente del Consiglio. Solidarietà femminile a targhe alterne.
E poi c’è Simone Cristicchi (nella foto), colpevole di aver scritto una canzone toccante sulla malattia della madre. Per Selvaggia Lucarelli e Annalisa Cuzzocrea, il brano è troppo “retorico” e poco “collettivo”. Capito, Cristicchi? La prossima volta, invece di emozionarti, fai una bella canzone-manifesto con slogan ben rodati, così accontenti le maestrine del progressismo da tastiera.
Infine, dulcis in fundo, Roberto Saviano, che non si è potuto esimere dal denunciare il “sovranismo” di Sanremo. Non ha saputo spiegare bene cosa intendesse, peraltro sbugiardato in quattro e quattr’otto da un fuoriclasse vero quale Roberto Benigni è, ma in fondo che importa? Tanto funziona sempre: basta dire “sovranista” e hai già vinto l’indignazione automatica.
Morale della favola? Sanremo continua a far parlare di sé, ma la musica ormai è solo un pretesto. La vera gara si gioca sulle polemiche, sulle indignazioni preconfezionate e sui deliri di chi cerca riflettori più delle note. Mentre milioni di italiani continuano a guardare il Festival, fregandosene delle polemiche e godendosi lo spettacolo. E alla fine, vincono loro.

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