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L’oratorio: l’ultimo baluardo della civiltà (e forse anche della Chiesa)

Signore e signori, benvenuti nell’era del nulla cosmico. In un mondo dove i ragazzi si parlano a suon di emoticon, le famiglie sono più rare della neve ad agosto e la scuola fa acqua da tutte le parti, c’è un luogo che resiste, testardo come una roccia in mezzo alla tempesta. Un luogo che non ha bisogno di slogan, che non chiede soldi, che non impone tessere, ma che accoglie, forma, educa, salva. Sì, avete capito bene: salva. Perché l’oratorio non è solo un campetto da calcio con quattro panchine sgangherate e un pallone mezzo sgonfio. No, l’oratorio è molto di più. È il miracolo quotidiano che permette ai nostri figli di non finire inghiottiti dal nulla.

Una storia che parla da sola

Già San Filippo Neri l’aveva capito: bisogna creare un posto dove i ragazzi possano crescere nella fede e nell’amicizia. Ma poi è arrivato lui, Don Bosco, e ha fatto il capolavoro: ha preso ragazzi di strada, poveri, abbandonati, sfruttati, e ha dato loro una casa, un’educazione, un futuro. Li ha strappati alla miseria e alla disperazione con un pallone, una preghiera e tanto cuore. E sapete la cosa incredibile? Funzionava. Funziona ancora.

L’oratorio oggi: un miracolo in via d’estinzione?

Nonostante la secolarizzazione galoppante, l’oratorio ancora resiste. Ma, diciamolo chiaro e tondo: resiste a fatica. I preti scarseggiano, i volontari sono sempre meno e la società sembra aver dimenticato il valore di questo luogo unico. Ma intanto chi è che tiene in piedi interi quartieri? Chi si prende cura degli adolescenti sbandati, degli stranieri che non sanno dove sbattere la testa, delle mamme sole, degli anziani dimenticati? Non certo le istituzioni, che tagliano fondi su fondi. Non le scuole, che ormai faticano anche solo a insegnare l’italiano. E allora? Allora c’è sempre lui, l’oratorio, con la sua porta aperta, con il suo “entra, che qui sei a casa”.

Altro che videogiochi, qui si impara a vivere

L’oratorio non è un centro sociale, non è una ludoteca, non è una baby-sitter per genitori stanchi. L’oratorio è una scuola di vita. Qui si impara a rispettare le regole, a stare insieme, a condividere. Qui si capisce che l’amicizia vera non si misura in like su Instagram. Qui si impara che la vita ha un senso, che non siamo solo numeri in un database, che esiste qualcosa di più grande di noi.

E non venitemi a dire che “ormai i ragazzi hanno altre esigenze”. No, cari miei, i ragazzi hanno sempre gli stessi bisogni: essere ascoltati, essere guidati, essere amati. Solo che oggi nessuno ha più tempo per loro. Nessuno, tranne l’oratorio.

Un luogo che accoglie tutti (senza distinzione di tessera)

Sapete cosa distingue l’oratorio da qualsiasi altra realtà? Che non chiede documenti, non vuole certificati, non ti chiede chi sei, per chi voti o cosa pensi. Ti chiede solo il nome. E ti dice: “entra”. Entra e gioca, entra e prega, entra e trova un amico.

E mentre la società blatera di inclusione con una mano e con l’altra chiude porte, l’oratorio le porte le tiene spalancate. Non importa se sei ricco o povero, italiano o straniero, credente o no. Lì dentro sei una persona, sei un ragazzo, sei uno che ha il diritto di essere accolto e aiutato a crescere.

Un investimento per il futuro (altro che bonus monopattini!)

Ora, la domanda è: possibile che non si riesca a capire il valore dell’oratorio? Possibile che per bonus monopattini, progetti fumosi e cattedrali nel deserto ci siano sempre soldi, e per l’oratorio mai? Eppure, chi ha un minimo di cervello lo sa: investire nell’oratorio significa investire nei giovani, significa prevenire il disagio, significa costruire una società migliore. Ma niente, meglio lamentarsi quando poi gli adolescenti passano le giornate attaccati al telefono o peggio, finiscono in brutti giri.

L’oratorio salverà il mondo (se solo gli diamo una mano)

Forse suona esagerato, ma pensateci bene: cosa sarebbe l’Italia senza gli oratori? Cosa sarebbero i nostri paesi, le nostre città, le nostre periferie, senza questi avamposti di umanità? Il nulla. Un deserto.

E allora, invece di piangere sul latte versato, invece di riempirci la bocca di belle parole sulla “crisi dei giovani”, iniziamo a fare qualcosa di concreto. Sosteniamo l’oratorio, difendiamolo, rilanciamolo. Perché senza di lui, signore e signori, sarà davvero notte fonda.

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Pubblicato inReligione

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