Signore e signori, prendete i pop-corn, accomodatevi e godetevi lo spettacolo: il Kursk sta tornando a casa, e gli attori protagonisti non sono certo quelli con le magliette giallo-blu! Dopo mesi di occupazione ucraina, con tanto di scorribande in terra russa, finalmente il sipario cala su questa tragicommedia. Perché, diciamolo chiaramente: l’illusione di una Kiev padrona del Kursk è durata meno di un episodio di una soap opera sudamericana.
Un avanzamento da Oscar
L’esercito russo sta avanzando con una velocità che farebbe impallidire un Frecciarossa in orario. Le truppe di Mosca hanno praticamente tagliato in due il territorio occupato dall’Ucraina, lasciando i soldati di Zelensky a vagare come turisti spaesati senza Google Maps. A Nord, i poveretti sono circondati e non possono tornare indietro. A Sud, la Russia spinge sempre più in profondità. Il risultato? Un accerchiamento perfetto, una trappola in cui l’esercito ucraino si è infilato con la stessa grazia con cui un elefante entra in un negozio di porcellane.
Da invasori a profughi in casa altrui
Ricordate la grande avanzata ucraina dell’agosto scorso? L’eroica incursione nel Kursk che sembrava preludere a una svolta epocale? Beh, il tempo è stato impietoso. In sette mesi, Kiev ha perso i due terzi del territorio occupato, e ora si trova a dover spiegare ai suoi stessi soldati come uscire dall’inferno che si sono creati con le loro mani.
Gli amici che non servono
La Russia, nel frattempo, si fa aiutare dagli amici di Pyongyang. Sì, quei simpatici ragazzi nordcoreani, che sono passati dalle sfilate militari ai campi di battaglia veri. Erano 11mila a dicembre, poi sono tornati a casa a gennaio per eccesso di “emozioni forti”, ma adesso rieccoli qui. E la cosa più divertente? Gli ucraini li temono. “Avanzano in gruppi di 50, mentre noi abbiamo sei uomini”, piagnucola un comandante di Kiev al New York Times. Traduzione: ci stanno facendo a pezzi.
Zelensky in cerca di miracoli
Nel frattempo, il presidente-uomo di spettacolo Volodymyr Zelensky continua a cercare disperatamente qualcuno che lo ascolti. Lunedì volerà in Arabia Saudita per implorare il principe ereditario Mohammed bin Salman di lanciargli un salvagente. Il giorno dopo, una delegazione ucraina incontrerà i funzionari statunitensi, tra cui Marco Rubio e Steve Witkoff. Sì, quelli dell’amministrazione Trump, che al momento hanno altre priorità rispetto a una guerra che ormai fa più notizia per le sconfitte di Kiev che per le sue vittorie.
La realtà è una sentenza
I blogger militari russi parlano chiaro: la riconquista del Kursk è una questione di tempo. Gli ucraini si affannano, cercano di resistere, ma le loro linee si stanno sgretolando. E senza l’appoggio degli Stati Uniti, che hanno chiuso i rubinetti dell’intelligence e delle forniture militari, la situazione diventa sempre più nera. Zelensky sperava di scambiare il Kursk con qualche concessione nei negoziati? Forse è il caso di aggiornare la strategia, perché a breve non avrà più nulla da scambiare.
In conclusione, la morale è semplice: la realtà ha smontato la propaganda. La Russia avanza, il Kursk torna sotto controllo di Mosca e l’Ucraina annaspa. Fine della storia. Applausi. Sipario.

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