E adesso chi lo dice a Sua Maestà Romano che ha fatto una figura da peracottaro? Chi glielo spiega che il suo sorrisetto bonario da “nonno della politica” stavolta non basta a coprire la caduta di stile? Nessuno, ovviamente. Perché quando a perdere le staffe è il pacato professore, il coro degli indignati professionisti si dissolve come neve al sole.
Eh sì, perché se fosse stato un altro politico – uno a caso, magari di quelli che la stampa ama attaccare a ogni respiro – apriti cielo! Prime pagine, editoriali fiume sulla violenza verbale, sulla maleducazione, sull’attacco alla libertà di stampa. E in questo caso invece? Il silenzio. Omertà quasi mafiosa.
Ripercorriamo i fatti: una giornalista, Lavinia Orefici, pone una domanda a Prodi (udite udite, il suo mestiere). Il Professore non la prende bene, perde il controllo, allunga le mani (che carineria!), lasciandosi andare a un mix di maleducazione e supponenza degno di miglior causa. Accusa la cronista di “fare politica” e implicitamente le dà della scema. Un vero e proprio capolavoro di eleganza istituzionale. Ma niente, tutto tace. L’Ordine dei Giornalisti? Latitante. I colleghi, quelli che ogni 8 marzo si strappano le vesti per il rispetto delle donne? Silenzio imbarazzante.
E allora, domandina facile facile: dove sono finiti gli strenui difensori del giornalismo libero? Dov’è la condanna unanime? Perché quando era Conte a rispondere piccato a una cronista (senza neanche sfiorarla, tra l’altro), il giorno dopo l’Odg si scagliava contro la sua “risposta scomposta e inadeguata”?
Semplice: due pesi, due misure. La libertà di stampa è sacra… solo se serve ad attaccare il nemico giusto. Se a sbroccare è il pacioccone Mortadella, allora tutto ok, avanti il prossimo.
Toc toc, Ordine dei Giornalisti, ci siete o siete già in ferie?

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