La sentenza che scuote la Francia
Marine Le Pen condannata. Boom. Il fragore dell’ennesima sentenza giudiziaria si abbatte sulla politica francese come un martello sulla porcellana. Cinque anni di ineleggibilità, quattro di reclusione (due con braccialetto elettronico, per carità, che la modernità impone la tecnologia anche nei castighi). L’accusa? Appropriazione indebita di fondi europei. Tradotto per i comuni mortali: soldi destinati al funzionamento dell’Unione Europea e al pagamento degli assistenti parlamentari, ma che sarebbero stati utilizzati per finanziare il partito e per scopi tutt’altro che istituzionali. Insomma, fondi pubblici dirottati per alimentare la macchina politica del Rassemblement National. Un’accusa che pesa, ma che arriva con un tempismo quasi perfetto.
Giustizia o tempismo sospetto?
Ora, per carità, la giustizia deve fare il suo corso. Nessuno è sopra la legge, ci mancherebbe. Ma c’è un piccolo, insignificante dettaglio: il tempismo. Non potevano aspettare un attimo? Non potevano decidere tutto dopo il 2027, giusto per salvare le apparenze? No, tutto deve avvenire ora, quando la corsa all’Eliseo si sta scaldando e il Rassemblement National rischia di diventare una macchina elettorale troppo ingombrante. E così, Marine Le Pen, la bestia nera dell’establishment, si ritrova inchiodata alla gogna giudiziaria. Non si candiderà, almeno per ora. E se anche facesse ricorso, il tempo scorre e la politica non aspetta nessuno.
Il partito in crisi, la politica si divide
E adesso? Panico nel Rassemblement National. Il quartier generale di Marine Le Pen si trasforma in un bunker. Dentro ci sono i fedelissimi, quelli che ancora credono nella rivalsa. Fuori, invece, la politica francese si divide. C’è chi parla di “colpo alla democrazia” e chi invoca il solito “rispetto della legge”. Perché, si sa, il diritto è come la plastilina: si modella a piacere. Robert Ménard, sindaco di Béziers, urla allo scandalo: “I giudici si sostituiscono al suffragio universale”. Laurent Wauquiez (LR) alza un sopracciglio e dice che la sentenza è “pesantissima”. Poi c’è Jean-Luc Mélenchon, il campione della sinistra dura e pura, che non perde occasione per battere sul chiodo della VI Repubblica: “La revoca di un eletto spetta al popolo”. Ah, la coerenza.
L’indignazione a targhe alterne
Ma la perla più luminosa di questa vicenda è l’indignazione a targhe alterne. Perché, diciamolo, se ci fosse stato un politico di sinistra al posto della Le Pen, avremmo letto titoloni sulla “persecuzione giudiziaria” e sulle “toghe che interferiscono con la democrazia”. Ma siccome è Marine, allora va tutto bene. Le sentenze vanno rispettate, la legge è uguale per tutti e via con il valzer delle frasi fatte.
Bardella il successore?
Nel frattempo, mentre Marine Le Pen valuta il da farsi (un appello? Una battaglia mediatica? Una fuga a Panama?), il partito deve decidere in fretta il da farsi. Il nome più gettonato per la successione è quello di Jordan Bardella, il golden boy della destra francese. Giovane, dinamico, telegenico. Un Macron di destra, ma senza la spocchia. Riuscirà a tenere unita la baracca? Difficile dirlo, perché Marine Le Pen, con tutti i suoi difetti, ha costruito un partito a sua immagine e somiglianza. Senza di lei, il rischio di un Rassemblement National depotenziato è alto.
La Francia davanti allo specchio
E poi c’è il popolo francese. Sì, quei milioni di elettori che, piaccia o no, hanno dato fiducia alla Le Pen. Cosa penseranno? Qualcuno parlerà di golpe giudiziario, qualcun altro di giustizia che finalmente trionfa. Ma alla fine, la verità è che questa storia ha un sapore già noto: quello di una democrazia che traballa ogni volta che qualcuno fuori dal coro diventa troppo ingombrante. E così la Francia si ritrova di nuovo davanti allo specchio della sua democrazia imperfetta, a chiedersi se le elezioni si vincano ancora con i voti o direttamente nei tribunali. Tic tac, il tempo scorre.

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