Ma insomma, mi spiegate una cosa? Mi spiegate che fine ha fatto il senso delle cose? Perché la Domenica delle Palme – sì, quella – non è una sfilata di ramoscelli d’ulivo, non è una gita alla Messa con la camicia stirata e il selfie davanti alla chiesa. È il portone spalancato su una settimana che ci strappa l’anima. E invece? E invece vedo gente che pensa alle vacanze di Pasqua, agli sconti al centro commerciale, agli agnelli di peluche. Ma ci rendiamo conto?
Gesù entra a Gerusalemme e la folla lo acclama
Osanna! Osanna! Tutti lì, tutti contenti, tutti a sventolare le palme. Eppure, pochi giorni dopo, quella stessa folla – sì, proprio quella – grida: “Crocifiggilo!”. Ma che cos’è successo? Cosa è cambiato? È successo che l’entusiasmo è facile, ma la fedeltà no. È successo che è comodo dire “ti seguo” finché non c’è da portare la croce. È successo che l’uomo è capace di tutto: anche di rinnegare, anche di tradire, anche di lavarsi le mani come Pilato.
Ecco perché la Domenica delle Palme ci riguarda. Perché ci mette davanti allo specchio. E noi? Siamo la folla che acclama o la folla che condanna? Siamo Pietro che dice “non lo conosco” o il ladrone che grida “ricordati di me”? Siamo quelli che fuggono o quelli che restano sotto la croce?
Non è solo religione, è verità. È dolore. È vita vera
Gesù non ci ha dato una risposta filosofica al dolore, ce l’ha vissuto addosso. Tradito da un amico, abbandonato dai suoi, colpito, umiliato, inchiodato. E sapete cosa ha fatto? Ha amato. Fino all’ultimo respiro. “Padre, perdona loro”. Ma ci pensate? Perdona loro! A chi? A quelli che lo stavano uccidendo!
Questa non è una storia da libro delle favole. È il cuore del cristianesimo. È il momento in cui Dio si fa piccolo, umiliato, spezzato. E lo fa per noi. Per me. Per te. Anche per chi non ci crede.
E allora smettiamola con la religione da salotto, col Vangelo da cornice. Questa è roba che brucia, che graffia. Non è solo da capire, è da vivere. Con il cuore. Con le ginocchia a terra.
La Domenica delle Palme è la porta. Dietro c’è il mistero più grande: Dio che muore. Ma anche la speranza più forte: Dio che non ci lascia mai soli. Mai. Né nella gioia né nel pianto. Lui c’è. C’è stato. Ci sarà.
E allora, oggi, mentre la folla sventola i rami, fate una cosa: fate silenzio. Non per formalità. Ma per verità. Fermatevi. Guardatelo. E chiedetevi: io, da che parte sto?

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