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La destra in Romania: più la tiri giù, più si tira su

C’è una cosa che la politica istituzionale non ha ancora capito, o finge di non capire: ogni volta che provi a zittire il voto popolare usando cavilli giudiziari, finisci per ottenere l’effetto opposto. La Romania ne è l’esempio perfetto.

George Simion (a destra nella foto) e il suo partito AUR hanno stravinto il primo turno con oltre il 40,9% dei voti. Tra i romeni all’estero, addirittura il 61%. Non male per un movimento che pochi mesi fa si era visto “annullare” la vittoria del suo candidato precedente, Calin Georgescu (a sinistra), per mano della Corte costituzionale.

Cinque mesi fa il popolo aveva parlato, ma non è bastato. La magistratura ha cancellato tutto, dichiarando Georgescu ineleggibile. Motivi tecnici, dicono. Politici, pensano in tanti. Il messaggio che è passato? “Non siete liberi di votare chi vi pare”. Ecco, nulla di più sbagliato. Perché quando provi a forzare la mano così, gli elettori non si arrendono: si incazzano. E tornano alle urne con ancora più forza.

Simion è stato il nuovo volto, ma la rabbia era la stessa. E anche il desiderio di rivincita. Ha detto chiaramente: «Abbiamo vinto nonostante i giudici». Che è come dire: la democrazia non si azzera in tribunale.

Il diritto di scegliere, senza filtri

Perché qui non si parla solo di Romania, ma di un principio che vale ovunque: in democrazia scegli tu, non scelgono per te. Se ti piacciono candidati moderati, bene. Se preferisci qualcuno di rottura, affari tuoi. Ma devono essere tutti in condizione di competere. Non può esistere una lista “approvata” dalle istituzioni e un’altra da cancellare a colpi di sentenze.

Ed è qui che il caso rumeno diventa un precedente pericoloso — o, meglio, istruttivo. Il popolo non ha cambiato idea. Anzi, ha raddoppiato la posta. Il messaggio? “Noi votiamo chi vogliamo. E se ci impedite di farlo, torniamo più forti di prima.”

Un’eco che arriva fino a Parigi e Berlino

Marine Le Pen lo ha detto chiaramente: “La Romania ha appena regalato alla signora von der Leyen un bel boomerang.” Parole sue, e il riferimento è diretto alla sua esclusione dalla corsa all’Eliseo per via giudiziaria. Non è la sola. Anche in Germania l’AfD è sotto attacco, dichiarata “incompatibile” con la democrazia. Ma chi lo decide? E in base a cosa?

Persino Massimo Cacciari, che certo non è un simpatizzante della destra, ha detto che questa logica è un suicidio per la democrazia. Perché se cominci a dire che certe idee sono troppo sbagliate per essere messe ai voti, hai già deciso che la democrazia ti va bene solo quando vince chi vuoi tu.

Non si può spegnere la voce del popolo

Quello che abbiamo visto in Romania non è solo un successo elettorale. È una rivincita. È il riscatto di milioni di persone che non hanno accettato l’idea di essere trattati da minori politici. Hanno detto: “Ci avete tolto Georgescu? E noi votiamo Simion. E lo facciamo più forte di prima.”

È una lezione. E non solo per la Romania. Il diritto di votare il proprio candidato non è un favore che ti concede lo Stato. È il fondamento di ogni democrazia che voglia ancora definirsi tale. Se viene meno quello, salta tutto. Se il potere giudiziario diventa un filtro politico, allora non stiamo più giocando a democrazia. Stiamo giocando a oligarchia soft.

La gente vuole contare. Punto.

Sovranità, identità, libertà. Parole che oggi fanno paura nei salotti buoni, ma che fuori da quei circoli hanno un significato concreto. La gente vuole decidere da sé. Vuole essere rappresentata da chi sente vicino. E se questo significa votare un candidato fuori dagli schemi, deve poterlo fare. Non esiste una “classe dirigente autorizzata” e una “proibita”.

La destra in Romania non solo non è stata fermata — è stata rafforzata. Più la tiri giù, più si tira su. È così quando provi a spingere fuori dal campo qualcuno che ha il consenso. Finisce che lo trasformi in simbolo.

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Pubblicato inPolitica

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