Vai al contenuto

Brigate Rosse: cosa successe davvero alla cascina Spiotta?

Il 4 giugno 1975, tra le colline del Piemonte, accadde qualcosa che ancora oggi lascia aperte domande senza risposta. Vittorio Vallarino Gancia, imprenditore di spicco dell’industria vinicola e simbolo del potere economico del tempo, venne rapito da un commando armato delle Brigate Rosse. L’operazione faceva parte della strategia del gruppo: colpire figure rappresentative della borghesia e dello Stato per dare forza alla loro lotta armata.

Dopo il sequestro, l’ostaggio fu portato in una cascina isolata nel comune di Arzello, in provincia di Alessandria. Si trattava della cascina Spiotta, un casolare abbandonato e ben nascosto, trasformato in un’improvvisata prigione del popolo. All’interno, ad attendere con lui il giorno successivo, c’erano alcuni militanti brigatisti tra cui Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio e figura centrale della prima struttura operativa delle BR, e Lauro Azzolini, ex militante trentino. In seguito, le indagini hanno confermato la presenza di almeno un altro brigatista: Pierluigi Zuffada, poi indagato (prosciolto il 30 ottobre scorso, si è spento ai primi di febbraio a 79 anni) insieme agli altri imputati. Rimane inoltre il sospetto, alimentato da alcune testimonianze, che vi fosse un quarto terrorista mai identificato ufficialmente, inizialmente confuso con Azzolini.

Qualcosa però andò storto. Un contadino notò movimenti sospetti intorno alla cascina, insospettito dalla presenza di persone in un luogo che risultava da tempo disabitato. Avvisò i carabinieri. La mattina del 5 giugno, una pattuglia dell’Arma si avvicinò all’edificio. Quello che doveva essere un controllo si trasformò in una sparatoria. I carabinieri furono colti di sorpresa.

L’appuntato Giovanni D’Alfonso fu ucciso. Margherita Cagol cadde sotto i colpi e morì poco dopo. Lauro Azzolini riuscì a fuggire tra i boschi. Altri tre carabinieri rimasero feriti: il tenente Umberto Rocca fu gravemente colpito da una bomba a mano e perse il braccio sinistro e l’occhio sinistro. Il maresciallo Rosario Cattafi fu ferito da schegge ma riuscì a soccorrere il suo superiore. L’appuntato Pietro Barberis, pur illeso, ebbe un ruolo centrale nelle operazioni che seguirono, tra cui la liberazione dell’ostaggio.

Nel frattempo, Vallarino Gancia fu trovato e liberato (si è spento il 12 novembre 2022 a novant’anni appena compiuti). Il sequestro si concluse nel giro di ventiquattr’ore, senza riscatto né rivendicazioni. Un fallimento per le Brigate Rosse, ma anche un passaggio cruciale nella loro storia: la morte della Cagol divenne un punto di svolta. Da quel momento, il gruppo si radicalizzò ulteriormente, abbandonando ogni velleità di comunicazione politica e concentrandosi sempre più sulla violenza organizzata.

Un processo mezzo secolo dopo

Oggi, cinquant’anni dopo quei fatti, il caso è tornato in tribunale. Il 25 febbraio 2025, presso il Tribunale di Alessandria, si è aperto un processo che vede imputati Renato Curcio, Mario Moretti e Lauro Azzolini. L’iniziativa giudiziaria nasce da un esposto presentato nel 2021 da Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere ucciso, deciso a non lasciare che l’omicidio del padre restasse senza risposta.

Renato Curcio  ha oggi 83 anni, Mario Moretti 79 e Lauro Azzolini 81. Curcio, dopo aver scontato circa 25 anni di carcere, è oggi libero e dirige la cooperativa editoriale “Sensibili alle foglie”, con cui pubblica saggi e ricerche su luoghi di reclusione e controllo come carceri, ospedali psichiatrici e strutture chiuse, esplorando i meccanismi di potere che vi operano. Moretti, condannato a sei ergastoli, vive in regime di semilibertà a Brescia e lavora in una RSA come volontario. Azzolini, dopo aver scontato la sua pena, vive a Milano e opera in una cooperativa sociale che si occupa di disabilità.

Il cuore del processo non è solo la responsabilità materiale della sparatoria, ma anche quella morale e strategica. Azzolini ha ammesso la sua presenza alla cascina, ma ha negato di aver fatto fuoco. Curcio e Moretti, invece, sono accusati di concorso morale in omicidio, per aver ideato e diretto l’operazione.

Decisivo per la riapertura del caso è stato il ritrovamento di un bossolo di arma da fuoco, scomparso per decenni e poi riemerso in circostanze ancora poco chiare. Una nuova perizia balistica ha riacceso i riflettori sulla dinamica dello scontro e potrebbe rivelare dettagli rimasti a lungo oscuri. Il bossolo, calibro 9 e di fabbricazione 1970, risulta compatibile con le armi in dotazione ai carabinieri dell’epoca e sarebbe stato rinvenuto nei pressi del punto in cui fu trovata Margherita Cagol.

Attualmente il processo è nella fase centrale: dopo le prime ammissioni di Azzolini in aula, si sta procedendo all’esame dei testimoni e alla presentazione delle perizie tecniche. La prossima udienza è fissata per le 10 del 20 maggio 2025 alla Corte d’Assise di Alessandria. La sentenza di primo grado è attesa entro la fine dell’anno.

Le dichiarazioni degli imputati

Durante le udienze, Lauro Azzolini ha reso dichiarazioni spontanee: ha ammesso di essere stato presente alla cascina Spiotta il giorno della sparatoria, esprimendo rammarico per la morte di Giovanni D’Alfonso e Margherita Cagol. “C’ero quel giorno 50 anni fa alla Spiotta, un minuto breve di 50 anni fa quando tutto precipitò, un inferno che ancora oggi mi costa un tremendo sforzo emotivo condividere”, ha detto in aula.

Ha inoltre affermato che lui e Cagol si erano arresi e che lei implorava di non sparare. Secondo Azzolini, la sua morte resta per lui un dolore incancellabile.

Renato Curcio e Mario Moretti, invece, hanno scelto di non rilasciare dichiarazioni pubbliche durante il processo.

La voce di chi non ha dimenticato

In aula, la presenza di Bruno D’Alfonso è carica di significato. Per lui, questo processo è il tentativo estremo di ridare dignità alla memoria del padre. Ha parlato apertamente di un lungo silenzio istituzionale e ha ipotizzato l’esistenza di un tacito accordo tra lo Stato e alcuni ex terroristi per non indagare fino in fondo su certi episodi. Un “patto di non belligeranza”, lo ha definito, che avrebbe garantito l’impunità in cambio della cessazione della lotta armata.

Il suo obiettivo non è la vendetta, ma la verità. Una verità che, per decenni, è rimasta sepolta sotto la polvere degli archivi e delle versioni ufficiali, mentre le famiglie delle vittime venivano dimenticate.

Una resa dei conti con la memoria

Questo processo va oltre i fatti della cascina Spiotta. Riguarda il modo in cui l’Italia ha gestito – o rimosso – la memoria degli anni di piombo. Processare oggi i protagonisti di quella stagione non significa solo chiedere conto di una morte, ma anche confrontarsi con ciò che è stato taciuto.

La giustizia arriva in ritardo, ma non è detto che arrivi invano. Mettere ordine nella memoria collettiva è parte della democrazia. Non per riscrivere la storia, ma per chiarirla. Sapere, senza più interpretazioni di comodo, cosa accadde davvero in quelle 48 ore alla cascina Spiotta.

Hey, ciao 👋
Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere le ultime notizie nella tua casella di posta, ogni settimana.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Ti è piaciuto questo post? Allora condividilo!
Pubblicato inGiustizia

Sii il primo a commentare

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    PHP Code Snippets Powered By : XYZScripts.com