«Chiunque abbia la possibilità, bruci i campi, le foreste e le case dei coloni. Trasformate la loro terra in cenere»
— Appello lanciato da Hamas su Telegram, 30 aprile 2025
Una crisi ambientale che si trasforma in arma
Israele sta vivendo uno dei momenti più difficili degli ultimi anni. Le colline tra Gerusalemme e Tel Aviv sono state travolte da incendi vasti e incontrollabili, spinti da un’ondata di caldo eccezionale e forti raffiche di vento. La natura ha preso fuoco e il fuoco, questa volta, ha trovato un alleato dichiarato. Hamas ha scelto di parlare, e lo ha fatto con un messaggio chiaro e violento: «Incendiate tutto. Boschi, campi, case».
Non è solo un incitamento, è un attacco mirato, in pieno svolgimento di trattative per un cessate il fuoco. La guerra non è più fatta solo di razzi o operazioni militari: ora si combatte anche tra le fiamme di una foresta e le ceneri di un villaggio evacuato.
Le evacuazioni: case abbandonate, strade vuote, persone in fuga
Il disastro è iniziato il ieri, 30 aprile, con un incendio nella foresta di Eshtaol. In poche ore le fiamme hanno travolto l’area, minacciando abitazioni e tagliando fuori intere comunità. Oltre settemila persone sono state costrette a lasciare le loro case. Alcune famiglie hanno avuto solo pochi minuti per raccogliere i propri effetti personali. Molti hanno abbandonato le auto lungo l’autostrada che collega Tel Aviv a Gerusalemme, proseguendo a piedi nella speranza di mettersi in salvo.
Le immagini parlano da sole: bambini portati in braccio, animali lasciati indietro, quartieri svuotati. Le autorità hanno allestito centri di accoglienza d’emergenza e trasformato scuole in rifugi. Ma il senso di disorientamento, per chi è stato costretto a fuggire, è totale.
In risposta alla portata degli incendi, il governo israeliano ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale e ha lanciato un appello internazionale. L’Italia e la Croazia hanno inviato aerei antincendio Canadair, mentre Francia e Grecia sono state coinvolte per offrire supporto ulteriore. La lotta contro le fiamme è diventata una battaglia su più fronti: umanitario, ambientale e, adesso, anche ideologico.
Hamas: il fuoco come strategia
Il messaggio di Hamas, diffuso attraverso i canali Telegram vicini all’ala militare del movimento, non è un’esagerazione retorica. È un appello strutturato, diretto e in linea con una visione più ampia: fare del fuoco un’arma. L’invito a bruciare boschi, coltivazioni, case dei coloni israeliani non è solo un’esortazione simbolica: è parte di una strategia asimmetrica che punta a logorare Israele in modo non convenzionale.
La scelta del fuoco è tattica. È economico, facile da attuare, e in giornate ventose può diventare incontrollabile. Il suo impatto è tanto fisico quanto psicologico. Mentre Israele cerca una tregua, Hamas invia un messaggio opposto: non solo non c’è pace all’orizzonte, ma ogni occasione di tregua può essere sabotata anche con un fiammifero.
In questo contesto, l’appello assume una dimensione doppia: è un messaggio di guerra a Israele, ma anche un’affermazione di potere interna al mondo palestinese, in particolare contro l’Autorità Nazionale Palestinese, che Hamas ritiene debole e compromessa.
Il sabotaggio della tregua
L’appello arriva nel momento più delicato. In questi giorni, si stanno muovendo mediatori egiziani e qatarioti per cercare una base di dialogo tra Israele e Hamas. La “guerra del fuoco” diventa quindi anche una dichiarazione politica: nessuna trattativa sarà possibile se non alle condizioni dettate da Hamas. E intanto, ogni nuova colonna di fumo che si alza rappresenta un punto in più nella sfida del movimento islamista al governo israeliano e alla diplomazia internazionale.
Israele, da parte sua, ha definito l’appello un atto di terrorismo ambientale. I servizi di sicurezza hanno già segnalato la possibile natura dolosa di alcuni focolai. Un uomo è stato arrestato a Gerusalemme Est con materiali infiammabili: la coincidenza con l’incitamento di Hamas è fin troppo chiara per essere ignorata.
Un Paese in fumo, anche simbolicamente
Il fuoco non ha colpito solo le abitazioni e i campi, ma anche il cuore simbolico di Israele. Le celebrazioni del Giorno della Memoria e della Festa dell’Indipendenza, eventi cardine della vita civile del Paese, sono state annullate. Gerusalemme si è svegliata immersa in una nebbia tossica, con una qualità dell’aria tra le peggiori al mondo.
In molti casi, non è stato solo il pericolo fisico a spaventare, ma la consapevolezza che qualcuno potesse averlo provocato. Non si fugge più solo da una catastrofe naturale, ma da una minaccia che si nasconde dietro l’apparenza di un incendio.
Quando la natura diventa campo di battaglia
Il fuoco, in questo caso, non è più solo una conseguenza del clima, ma uno strumento bellico. Hamas lo ha reso arma politica, sabotando ogni passo verso la tregua e scegliendo deliberatamente di colpire un Paese nel momento della sua vulnerabilità. Le fiamme che bruciano i boschi e le case israeliane sono oggi anche il segno di una guerra che ha cambiato forma: meno visibile, più insidiosa, e decisamente più sporca.
Israele spegne incendi, ma sotto la superficie si alimenta un fuoco più difficile da domare: quello del conflitto, della propaganda e della sfiducia. In questa guerra fatta di fumo e di silenzi, ogni cenere racconta una battaglia, e ogni tregua mancata si trasforma in un’altra miccia accesa.
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