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Il caso Becciu: ascesa, scandali e rinuncia al conclave

La vicenda del cardinale Angelo Becciu, figura di spicco della Curia romana, si intreccia con scandali finanziari, un processo storico e una rinuncia clamorosa al conclave che il 7 maggio va ad iniziare. Questo articolo ripercorre l’ascesa, la caduta e le conseguenze del caso Becciu: dalle accuse di gestione illecita di fondi vaticani alla condanna penale, fino alla rinuncia alla partecipazione all’elezione del nuovo Papa, sottolineando l’impatto sulla riforma finanziaria della Santa Sede e le reazioni interne ed esterne al Vaticano.

Dall’ascesa ecclesiastica al Collegio cardinalizio

Giovanni Angelo Becciu nasce a Pattada, in Sardegna, il 2 giugno 1948. Ordinato sacerdote nel 1972, nel 1984 entra nel servizio diplomatico della Santa Sede. Dopo un percorso di formazione presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica di Roma, laureandosi in Diritto canonico, inizia una lunga carriera nelle nunziature apostoliche di diversi paesi: Repubblica Centrafricana, Sudan, Nuova Zelanda, Liberia, Gran Bretagna, Francia e infine Stati Uniti.

Il 15 ottobre 2001 Papa Giovanni Paolo II lo ha nominato nunzio apostolico in Angola e arcivescovo titolare di Roselle (Grosseto). Un mese dopo il Papa lo ha nominato anche nunzio apostolico a São Tomé e Príncipe. Il successivo 1º dicembre 2001 ha ricevuto a Pattada la consacrazione episcopale dalle mani del cardinale Angelo Sodano, allora Segretario di Stato. Il 23 luglio 2009 Papa Benedetto XVI lo ha trasferito alla nunziatura apostolica di Cuba, dove si distingue per la gestione di rapporti complessi in contesti politici delicati. Nel 2011 il Pontefice lo richiama a Roma, nominandolo Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, una delle cariche più potenti della Curia Romana. Il suo compito è infatti quello di assicurare che il “motore” dell’amministrazione centrale vaticana funzioni giorno per giorno, garantendo l’operatività immediata e concreta delle decisioni papali.

Nel 2018, Papa Francesco eleva Becciu al rango di cardinale e lo nomina Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, pur mantenendo un’operatività economica elevata.

L’inchiesta: fondi vaticani e scandali finanziari

Nel 2020 esplode il caso che travolge Becciu: l’acquisto di un immobile di lusso a Londra attraverso fondi riservati vaticani, in operazioni poco trasparenti e fuori dai normali canali di vigilanza.

L’affare di Sloane Avenue

L’immobile al centro dello scandalo finanziario vaticano si trova al numero 60 di Sloane Avenue, nel quartiere di Chelsea. Si tratta di un ex magazzino di Harrods, acquistato dalla Segreteria di Stato vaticana attraverso un investimento complessivo di circa 350 milioni di euro, avvenuto in due fasi.

L’operazione è stata orchestrata tramite il fondo dell’immobiliarista Raffaele Mincione, con l’obiettivo dichiarato di diversificare gli investimenti della Santa Sede. Tuttavia, l’investimento si è rivelato fallimentare: l’immobile è stato successivamente rivenduto per meno di 186 milioni di euro, comportando una perdita significativa per le finanze vaticane.

Per quanto riguarda i beneficiari diretti dell’immobile, non ci sono evidenze che indichino un utilizzo specifico da parte di individui o entità legate al Vaticano. L’acquisto era inteso come un investimento immobiliare, ma la mancanza di trasparenza dell’operazione ha sollevato dubbi e portato all’inchiesta, che ha coinvolto il cardinale Becciu e altri funzionari vaticani.

Fondi destinati alle cooperative familiari

Dall’inchiesta, sono inoltre emersi trasferimenti di denaro a cooperative sarde riconducibili a familiari di Becciu, come la “Spes” di Ozieri, amministrata dal fratello Tonino Becciu. Tali fondi, provenienti dalla Segreteria di Stato e dalla Conferenza Episcopale Italiana, erano ufficialmente destinati a opere caritative locali, come l’assistenza a persone disabili e in difficoltà. Tuttavia, le modalità poco trasparenti di assegnazione e la gestione familiare delle risorse hanno alimentato i sospetti di favoritismo e di utilizzo improprio di fondi ecclesiastici.

Operazioni offshore e investimenti ad alto rischio

Oltre alle cooperative sarde, l’inchiesta ha svelato il trasferimento di ingenti somme verso società con sede in paradisi fiscali, in operazioni di investimento dubbie. Queste società, spesso riconducibili a imprenditori privati senza legami ufficiali con la Santa Sede, avrebbero gestito fondi vaticani, destinati teoricamente a operazioni immobiliari e finanziarie di rendimento sicuro, dirottati invece su operazioni speculative ad alto rischio. In molti casi, i proventi previsti non si sono concretizzati, lasciando sospetti di distrazione di capitali e conflitti di interesse.

Parte dei fondi in tutte queste operazioni provenivano anche da stanziamenti della Conferenza Episcopale Italiana, destinati ufficialmente a progetti caritatevoli.

Secondo l’accusa, nonostante le finalità caritative dichiarate, i criteri di assegnazione e la gestione dei fondi risultavano opachi. La difesa, invece, ha sempre sostenuto che i fondi sono stati utilizzati in modo corretto e documentato, nell’interesse delle comunità locali e nell’ambito delle prerogative di gestione ordinaria.

Il processo storico

Nel luglio 2021 si apre in Vaticano il più grande processo finanziario mai celebrato, per quantità di imputati, per capi d’accusa e per complessità delle questioni trattate.

Precedenti casi giudiziari

In passato il Vaticano aveva avuto altri casi giudiziari importanti, ma nessuno comparabile per dimensioni e risonanza. Come lo scandalo IOR (1982): il crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi coinvolse la banca vaticana indirettamente, ma allora non ci fu un processo interno al Vaticano. Il contenzioso venne gestito a livello civile e penale in Italia. Così come il processo Gabriele (2012): il maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, venne giudicato e condannato per il furto di documenti riservati (“Vatileaks”), ma si trattava di un procedimento molto limitato (un solo imputato e poche udienze).

Mai prima il Vaticano aveva visto: 10 imputati contemporaneamente (incluso un cardinale, per la prima volta nella storia moderna vaticana); più di 70 udienze svolte in quasi 2 anni e mezzo; accuse multiple di peculato, abuso d’ufficio, truffa aggravata, riciclaggio, autoriciclaggio, corruzione; la produzione di migliaia di documenti e testimonianze di rilievo internazionale.

La condanna di Becciu

Becciu, in particolare, viene imputato per peculato, abuso d’ufficio e subornazione di testimoni, insieme ad altri nove imputati.

Si tratta di René Brülhart (ex presidente dell’AIF, Autorità di Informazione Finanziaria vaticana), Tommaso Di Ruzza (ex direttore dell’AIF vaticana), Enrico Crasso (ex gestore finanziario della Segreteria di Stato), Raffaele Mincione (finanziere italiano, coinvolto nell’investimento dell’immobile di Sloane Avenue a Londra), Gianluigi Torzi (broker italiano, accusato di estorsione nella seconda fase dell’acquisto dell’immobile londinese), monsignor Mauro Carlino (ex segretario della Segreteria di Stato, legato alla gestione delle trattative immobiliari), Fabrizio Tirabassi (funzionario laico della Segreteria di Stato, coinvolto nella gestione dei fondi), Cecilia Marogna (consulente sarda, accusata di appropriazione indebita di fondi destinati ad operazioni umanitarie) e Luigi Pulvirenti (revisore contabile, accusato di omessa vigilanza). Tutti condannati a pene variabili, tranne monsignor Mauro Carlino, assolto con formula piena da tutte le accuse

Il 16 dicembre 2023 arriva la condanna, che per per Becciu si traduce in cinque anni e mezzo di carcere, interdizione perpetua dai pubblici uffici e multa di 8.000 euro. I giudici gli riconoscono una gestione gravemente negligente dei fondi, anche se senza arricchimento personale.

Gli avvocati difensori commentano: “Il cardinale Becciu ha agito in buona fede per il bene della Santa Sede. Faremo appello: confidiamo nell’assoluzione”.

Becciu ha poi effettivamente presentato ricorso alla Corte d’Appello Vaticana, che riesaminerà il caso il 22 settembre. Se l’esito sarà sfavorevole, il ricorso si sposterà alla Corte Suprema della Segnatura Apostolica.

Il filone prosegue in Italia

Nel frattempo, in Italia, si profilano ulteriori indagini sui fondi destinati a cooperative sarde riconducibili alla famiglia Becciu. Le procure di Tempio Pausania e Sassari hanno aperto fascicoli preliminari per verificare eventuali ipotesi di peculato, abuso d’ufficio e malversazione a danno dello Stato. Gli inquirenti si concentrano sull’impiego di fondi CEI e di donazioni private per finalità diverse da quelle dichiarate ufficialmente. Alcune cooperative, come la “Spes” e altre realtà associative sarde, sono sospettate di aver ricevuto flussi di denaro sproporzionati rispetto ai progetti realmente realizzati. Inoltre, viene esaminato il possibile utilizzo dei fondi per fini personali o per sostenere attività economiche non compatibili con la missione caritativa dichiarata. Le indagini italiane potrebbero portare all’apertura di nuovi procedimenti giudiziari che si affiancherebbero a quelli vaticani già in corso.

Il caso conclave 2025

Nonostante la condanna, nei giorni scorsi il cardinale aveva detto di non poter essere escluso perché era stato perdonato da Papa Francesco. L’orientamento del Collegio cardinalizio era quello di mettere ai voti la partecipazione o meno di Becciu al Conclave, ma sono emerse due lettere in cui Papa Francesco esprime la volontà di escludere il cardinale Angelo Becciu dal conclave.

Nella prima, datata 2023, Papa Francesco, pur senza decretare formalmente l’esclusione, invita Becciu a un “atto di responsabilità” in caso di conclave. Nella seconda, del 24 marzo 2025, durante il ricovero al Policlinico Gemelli, il Pontefice è più esplicito, ribadendo la richiesta di non partecipare all’elezione del nuovo Papa per evitare “scandali e divisioni” all’interno della Chiesa.

Le lettere sono dattiloscritte e siglate con l’iniziale “F”. Sebbene non si configurino come atti formali giuridici (come un decreto o un rescritto pontificio), possono essere considerate autentiche nella sostanza poiché sono state consegnate ufficialmente dal cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin; pur non potendo smentite né dal Papa né da organi ufficiali della Santa Sede, sono coerenti con altre manifestazioni pubbliche e private della volontà papale.

Dal punto di vista canonico, quindi, esse non rappresentano un atto giuridico di esclusione formale, ma costituiscono un’espressione inequivocabile della volontà personale del Pontefice, con forte valore politico e morale.

La rinuncia “per il bene della Chiesa”

Il 28 aprile 2025, Becciu annuncia pubblicamente la rinuncia alla partecipazione al conclave, citando «il bene supremo della Chiesa» come motivo principale della sua decisione.

La sua decisione ha suscitato reazioni diverse all’interno del Collegio cardinalizio. Alcuni porporati hanno espresso sollievo, ritenendo che la sua scelta abbia evitato una crisi istituzionale e preservato l’integrità del processo elettivo. Altri, invece, hanno manifestato perplessità riguardo alla procedura seguita e alla mancanza di una comunicazione formale e pubblica della volontà papale.

In sintesi, la rinuncia di Becciu ha evitato una possibile frattura all’interno del Collegio cardinalizio, ma ha anche evidenziato le tensioni e le divergenze esistenti riguardo alla trasparenza e alla gestione delle decisioni papali in situazioni delicate.

Il caso Becciu accelera la riforma economica voluta da Papa Francesco. Maggiore centralizzazione sotto l’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, che funge di fatto da “banca centrale” e “ente immobiliare” del Vaticano), obblighi di rendicontazione più stringenti, rafforzamento della vigilanza finanziaria e ruolo crescente di laici nei posti chiave sono i principali cambiamenti in corso.

Perplessità e contraddizioni nel caso Becciu

L’intera vicenda solleva non pochi interrogativi. Nonostante la condanna, il ruolo effettivo di Becciu nello scandalo finanziario appare meno chiaro di quanto sembri. In molti ambienti vaticani e mediatici si insinua il dubbio che il cardinale sia stato trasformato in una sorta di capro espiatorio: un personaggio sacrificabile, utile a proteggere interessi più ampi e figure di ben altro peso all’interno della macchina finanziaria vaticana. Su cui aleggia l’inquietante figura di Francesca Immacolata Chaouqui, ex membro della Pontificia Commissione Referente di studio e di indirizzo sull’organizzazione della struttura economico-amministrativa della Santa Sede (COSEA).

La complessità delle operazioni contestate, la presenza di numerosi intermediari finanziari e il coinvolgimento di altri uffici della Curia suggeriscono un sistema di responsabilità molto più articolato di quanto emerso nelle aule giudiziarie. 

Un ulteriore elemento di perplessità riguarda l’atteggiamento dello stesso Becciu. Pur consapevole di essere uscito dalle grazie di Papa Francesco e della gravità della sua posizione, ha comunque rivendicato inizialmente il diritto a partecipare al conclave. Solo successivamente, dopo la comparsa delle due lettere papali che ribadivano la volontà di escluderlo, ha clamorosamente annunciato il passo indietro, forse per evitare un ulteriore danno alla propria immagine e a quella della Chiesa.

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Pubblicato inReligione

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