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E se fosse Zelensky il vero problema?

La domanda, per mesi relegata ai margini del dibattito, oggi torna al centro, rafforzata da un’affermazione sorprendente di Donald Trump: “Forse non si può raggiungere un accordo di pace tra Russia e Ucraina”. Il motivo? “Un tremendo odio tra Putin e Zelensky.” Detto da un uomo che aveva promesso di risolvere il conflitto in 24 ore, questo segnale è tutto fuorché secondario.

Trump non ha scaricato la responsabilità su uno schieramento, ma su una relazione personale e politica avvelenata. Ed è qui che nasce il sospetto: se il problema non è il “che cosa”, ma il “con chi”, Zelensky potrebbe essere diventato l’ostacolo strutturale alla pace. Inamovibile, intransigente, ormai parte integrante del conflitto, più che della sua possibile soluzione.

Trump cambia rotta: la pace si allontana

La promessa di pace di Trump era un asset politico forte: bastava una vittoria repubblicana e tutto si sarebbe risolto. Ma oggi il tono è cambiato. Più che un cambio di strategia, è un realismo crudo che si affaccia: le condizioni per la pace non ci sono, perché la relazione tra i leader coinvolti è irrimediabilmente corrosa.

Zelensky non è visto come un negoziatore. Per Putin è un nemico personale, un attore che si è fatto simbolo della “resistenza occidentale”. Per Trump, è un alleato ingombrante, incapace di uscire dalla narrazione di guerra totale. Non si tratta solo di diplomazia mancata, ma di una incompatibilità di sistema. Trump intuisce che per trattare con Mosca serve flessibilità, freddezza, spregiudicatezza. Tutto ciò che Zelensky – per ruolo, retorica e storia – non può più incarnare.

Zelensky: da simbolo a zavorra?

Nel 2019 Zelensky vinse con una narrazione potente: l’uomo comune, l’attore comico che porta onestà e pulizia nella politica ucraina. Ma quel racconto si è frantumato nel fango delle trincee e nelle rovine delle città bombardate. La guerra ha cambiato tutto. Oggi Zelensky non è più un presidente, ma un comandante in capo con poteri speciali: ha sospeso le elezioni, ha centralizzato l’informazione, ha sciolto partiti d’opposizione, ha mantenuto uno stato d’eccezione perenne.

Ufficialmente in nome dell’unità nazionale. Ma concretamente, ha consolidato un sistema autoritario che – se adottato da un qualsiasi altro Paese europeo – sarebbe definito come illiberale. In più, c’è l’elemento della legittimità democratica sospesa: non essendoci elezioni, non esiste nemmeno un’alternativa politica interna, e questo blocca ogni tentativo di ridefinire il rapporto tra Ucraina e Russia. Putin stesso ha già dichiarato che non tratterà con chi non è stato eletto regolarmente. E su questo punto ha gioco facile.

Il Grande Gioco: ieri come oggi

Per comprendere il contesto in cui Zelensky si muove – e perché la sua figura sia così funzionale o scomoda a seconda della fase – bisogna rispolverare un vecchio concetto geopolitico: il Grande Gioco. Nell’Ottocento, l’Impero britannico e quello zarista si contendevano l’Asia centrale, in particolare l’Afghanistan, nodo tra India, Persia e impero russo. La logica era chiara: chi controlla l’Eurasia controlla il mondo.

Oggi, il nuovo Grande Gioco si gioca tra Russia, Stati Uniti, NATO e Cina, con l’Ucraina al centro della mappa. Secondo la teoria del geografo britannico Halford Mackinder, chi controlla l’Europa orientale (Heartland) domina la massa eurasiatica, e quindi il globo. In questo schema, l’Ucraina serve da barriera geopolitica per impedire che la Russia si integri con la Germania e l’Europa industriale.

Zelensky, finora, è stato il garante politico di questa barriera. Finché ha mantenuto alta la tensione, ha reso impossibile l’abbraccio Mosca-Berlino. Ma ora l’equilibrio si è rotto: Berlino è stanca, l’Europa è economicamente in affanno, gli USA sono divisi. Il conflitto non produce più benefici strategici: solo costi.

L’impasse diventa strategico

I segnali ci sono tutti. Il summit di Londra fallisce. Davos si rivela inconcludente. Ursula von der Leyen vede affondare il suo tentativo di procedura d’emergenza. Gli alleati occidentali iniziano a muoversi in ordine sparso. E su tutto questo si proietta l’ombra lunga di Trump, che ha già cambiato la traiettoria del dibattito.

Nel frattempo, Zelensky appare sempre più isolato. Non ha più un alleato sicuro in America. L’Unione Europea è reticente. Gli aiuti militari iniziano a rallentare. L’opinione pubblica occidentale mostra segni di stanchezza, quando non di aperta disillusione. E intanto la macchina bellica ucraina si consuma, senza ricambi, senza uomini, con una popolazione stremata e un futuro economico disastroso.

In questo quadro, la presenza stessa di Zelensky al potere diventa un fattore bloccante. Non è più il leader di una speranza, ma l’amministratore di una trincea. E da quella trincea, nessun accordo può partire.

E se fosse davvero lui il problema?

La domanda iniziale, oggi, non è più retorica. È concreta. Se la pace è impossibile finché al tavolo c’è Zelensky, qual è l’alternativa? Un passaggio di potere? Una delegittimazione diplomatica? Un’esclusione formale dai futuri negoziati? Ogni opzione è sul tavolo, e nessuna è indolore.

Come accadde a Napoleone, che dopo milioni di morti lasciò la Francia più piccola di come l’aveva trovata, anche Zelensky rischia di diventare il simbolo tragico di una guerra senza uscita. Un capo che ha incarnato la causa, ma che ora impedisce l’accordo. E nel Grande Gioco, chi ostacola l’equilibrio, viene spostato. Non per vendetta, ma per logica strategica.

La storia è piena di figure del genere. E la guerra in Ucraina potrebbe presto aggiungerne un’altra.

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Pubblicato inGuerra

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