La guerra in Ucraina non si combatte solo sul fronte. Da tre anni a questa parte, Kiev affronta un secondo conflitto parallelo: quello contro il caos, la corruzione e l’opacità nella fornitura di armi. Un’indagine del Financial Times ha rivelato come centinaia di milioni di dollari siano stati spesi per armi mai consegnate, spesso attraverso contratti stipulati con aziende improvvisate o inesistenti.
Contratti firmati al buio
Dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, Kiev ha pagato in anticipo circa 770 milioni di dollari a fornitori stranieri per armamenti mai arrivati. Molti di questi contratti sono stati siglati in emergenza, senza adeguate verifiche, a causa della disperata necessità di rifornire le truppe.
Uno dei casi più eclatanti riguarda la piccola azienda americana OTL Imports, fondata da un giovane di 28 anni in Arizona. Il negozio, aperto nel 2020 su una strada sterrata alla periferia di Tucson, firmò nel 2022 un contratto da 49 milioni di euro per fornire munizioni all’esercito ucraino. Ricevette un anticipo del 35% (17,1 milioni di euro). Le armi non sono mai arrivate.
La rete degli intermediari e l’illusione del controllo
L’intermediazione esterna è diventata la regola, spesso giustificata dal bisogno di acquistare armamenti da paesi che non vogliono apparire apertamente come sostenitori dell’Ucraina. Ma questa rete di broker, faccendieri e aziende paravento ha aperto la porta a truffe e appropriazioni indebite.
Molti fornitori stranieri affermano di essere stati vittime, a loro volta, di corruzione interna ucraina, dove funzionari e società statali intermediarie avrebbero trattenuto o dirottato parte dei fondi. La realtà sembra essere una catena di responsabilità sfumate, che rende difficile risalire agli autori materiali dei danni.
Il caso Regulus Global: tra patriottismo e business
Regulus Global, un’azienda americana guidata da un ex broker di Wall Street con precedenti controversi, è al centro di un contratto da 1,7 miliardi di dollari per la fornitura di proiettili da 155mm. Nonostante affermi di aver consegnato munizioni e sostenuto finanziariamente la catena logistica, le autorità ucraine sostengono che la società non abbia rispettato i termini contrattuali e stanno cercando di recuperare 346 milioni di dollari in arbitrato.
Regulus accusa invece Kiev di non aver completato i pagamenti previsti, aggravando la situazione finanziaria dell’azienda. Le accuse reciproche si moltiplicano, mentre le forniture rallentano e il fronte resta esposto.
Una corsa al riarmo fuori controllo
L’inizio della guerra ha spinto Kiev a cercare munizioni in ogni angolo del mondo, accettando prezzi quadruplicati per proiettili di calibro sovietico e accettando fornitori privi di esperienza, certificazioni o logistica adeguata. Funzionari ucraini parlano di decine di migliaia di proposte ricevute, molte delle quali da “imprenditori improvvisati”.
La fretta di acquistare si è spesso tradotta in firme “alla cieca”, con pagamenti anticipati, assenza di clausole di garanzia, fornitori con storie ambigue e nessun controllo post-firma.
Fallimenti, inchieste e silenzi
Ad oggi, più di 30 contratti risultano falliti o problematici. Alcuni non hanno portato ad alcuna consegna; altri, solo parzialmente. Alcuni armamenti sono arrivati in condizioni inutilizzabili. Il governo ucraino ha avviato una dozzina di procedimenti giudiziari, ma quasi nessuno si è concluso con accuse formali.
Le nuove leadership del ministero della Difesa, come Maryna Bezrukova, hanno cercato di centralizzare gli acquisti e aumentare la trasparenza. Ma le resistenze interne e i poteri dei broker statali hanno ostacolato ogni riforma profonda. Bezrukova è stata rimossa dopo solo un anno, accusata di “visibilità eccessiva” delle forniture militari.
I timori degli alleati e il peso delle responsabilità
I paesi del G7, che finanziano in larga parte la difesa ucraina, sono sempre più preoccupati. Senza trasparenza ed efficienza, la fiducia nei confronti di Kiev vacilla. E mentre la guerra continua, l’opacità nei contratti rischia di diventare un’arma controproducente per la sopravvivenza stessa dell’Ucraina.
Le forze anticorruzione interne chiedono di escludere gli intermediari stranieri, forzando i governi alleati a vendere direttamente armi a Kiev. “Più intermediari ci sono, più alto è il prezzo e maggiore è il rischio di corruzione”, spiegano gli investigatori.
Tra guerra vera e guerra sporca
La guerra in Ucraina ha scatenato una delle più grandi ondate di acquisti militari in Europa dal 1945. Ma dietro il paravento della necessità, si è mossa una macchina opaca, vulnerabile e spesso complice, dove l’assenza di controlli ha bruciato centinaia di milioni.
La sfida oggi non è solo militare, ma istituzionale: riuscire a garantire armi ai soldati, senza che ogni fornitura si trasformi in una scommessa su uomini in giacca e cravatta con passati opachi e futuri incerti. La posta in gioco è la sopravvivenza del paese. E la fiducia del mondo libero che lo sostiene.

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