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Ascensione del Signore: non un addio, ma un nuovo inizio

Oggi la Chiesa celebra l’Ascensione del Signore, una solennità che cade quaranta giorni dopo la Pasqua. È una festa antica, riconosciuta da tutte le confessioni cristiane, testimoniata già nei primi secoli da padri come Giovanni Crisostomo, Agostino e Gregorio di Nissa. Ma non è solo una ricorrenza liturgica: è un punto di svolta nella storia della fede cristiana. Con l’Ascensione, Gesù non se ne va. Cambia semplicemente modo di essere presente.

La fine della presenza visibile, l’inizio della missione

Il Vangelo di Luca racconta l’evento in modo diretto ma potente: Gesù benedice i discepoli, poi si stacca da loro e viene portato in cielo. È un momento carico di significato. Finisce la fase del “Cristo storico”, visibile e tangibile, e si apre quella della Chiesa. Ma non c’è tristezza. I discepoli non sono scoraggiati, anzi: tornano a Gerusalemme “con grande gioia”, pieni di gratitudine e pronti ad annunciare ciò che hanno visto.

Una fede che si fa responsabilità

Gesù non lascia i suoi senza guida. Prima di salire al cielo promette lo Spirito Santo, la “potenza dall’alto” che li renderà testimoni credibili. Non teorici del Vangelo, ma annunciatori in carne e ossa. Da qui nasce la Chiesa: non come struttura o gerarchia, ma come comunità in cammino, che vive per testimoniare la resurrezione, per predicare la conversione e il perdono.

Betania: il punto di passaggio

Il luogo dell’Ascensione non è casuale. Betania, alle porte di Gerusalemme, è simbolo di partenza, di nuova alleanza. Così come Dio aveva liberato Israele dalla schiavitù conducendolo fuori dall’Egitto, ora Gesù conduce fuori i discepoli: non verso l’esilio, ma verso una nuova responsabilità. Non li lascia orfani, ma consapevoli che la sua missione continua in loro.

Non un’assenza, ma una presenza diversa

La “nube” che avvolge Gesù mentre sale al cielo richiama quella del Sinai, del Tabernacolo, della Trasfigurazione. È il segno della presenza di Dio, non della sua distanza. L’Ascensione non è un abbandono, ma il compimento di una promessa. Gesù è ora presso il Padre, ma resta con i suoi in un modo nuovo, più profondo: attraverso la fede, l’Eucaristia, la Parola, la comunità.

Chiamati a uscire

Non si può vivere l’Ascensione con lo sguardo fisso al cielo, come rimproverano gli angeli nei primi versetti degli Atti degli Apostoli. I discepoli — e quindi ogni cristiano — sono chiamati a “uscire”: non a restare fermi, ma ad agire. La missione non è finita: “Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). È un mandato che continua, oggi come allora.

L’inizio di un nuovo modo di vivere con Gesù

L’Ascensione non segna la fine di qualcosa. È l’inizio di un nuovo modo di vivere con Cristo. Non più spettatori, ma protagonisti. Non più discepoli impauriti, ma testimoni coraggiosi. Con lo sguardo verso il cielo, ma i piedi ben piantati nella terra, per annunciare con la vita che Dio è davvero vicino, in ogni parola di amore, in ogni gesto di misericordia.

Una festa che non riguarda solo Gesù: riguarda anche noi.

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Pubblicato inReligione

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