Schwab fuori gioco, ma non per sua scelta
Klaus Schwab ha lasciato il WEF. Non per scelta, ma per necessità.
Nel 2024 aveva annunciato una transizione lenta, programmata fino al 2027. Ma un’inchiesta del Wall Street Journal lo ha travolto: accuse di molestie, razzismo, discriminazioni e abusi all’interno del World Economic Forum. La reazione è stata immediata: dimissioni lampo accettate dal board, per salvare la faccia del “santuario globalista” di Davos.
Il piano saltato: Christine Lagarde al comando
La successione era già scritta: Christine Lagarde.
Presidente della Banca Centrale Europea e figura storica del WEF, era la candidata ideale per raccogliere l’eredità di Schwab. Il piano era chiaro: transizione soft, nomina formale nel 2027, tutto sotto controllo. Ma Schwab ha parlato troppo presto, e ora la Lagarde è bruciata politicamente.
Un passaggio anticipato alla guida del WEF, con stipendio milionario, alimenterebbe i sospetti su un sistema di potere opaco, fatto di porte girevoli tra incarichi pubblici e ruoli privati, dove le élite si riciclano all’infinito, senza alcuna legittimazione democratica.
Non importa chi comanda: importa cosa comanda
Il problema non è chi guida Davos, ma cosa rappresenta Davos.
Il vero motore non sono le figure singole, ma il sistema di relazioni che unisce multinazionali, banche centrali, governi, fondazioni, media e accademici. Una rete tecnocratica che, sotto il nome di “Great Reset“, vuole riscrivere l’economia globale secondo logiche di pianificazione e controllo, eliminando gli ultimi scampoli di libertà economica e sovranità nazionale.
Il piccolo imprenditore, il mercato aperto, lo Stato nazione: tutto considerato obsoleto. Serve un nuovo ordine, dicono, più sostenibile, più giusto. Ma sempre più centralizzato, supervisionato, ideologizzato.
Il Reset continua, anche senza Schwab
Con o senza Schwab, il progetto continua.
Anche se gli Stati Uniti si sono momentaneamente sfilati, Europa, Canada, Australia e UK restano i bastioni del progetto globalista. Il “capitalismo delle élite”, sostenuto dal WEF, si regge su una saldatura stretta tra interessi economici e potere politico, fuori da ogni controllo democratico.
E se Lagarde dovesse tirarsi indietro, qualche altro “papa tecnocratico” è già pronto. Si fa il nome di Mario Draghi, simbolo perfetto del potere fluido e apolide che guida Davos.

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