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Il tramonto coloniale della grandeur francese

C’era una volta la Françafrique. Oggi resta solo la nostalgia, qualche taxi a Marsiglia guidato da un maliano, e l’eco dei passi pesanti della Compagnia Wagner nelle savane africane. Tra schiaffi diplomatici e affondi geopolitici, Parigi perde il suo vecchio cortile di casa. E Mosca ne approfitta.

Françafrique: il tramonto di un’illusione imperiale

Per capire cosa stia succedendo oggi in Africa, bisogna partire da lontano. Dagli anni in cui la Francia, con un piede in Europa e l’altro ben piantato nel continente africano, dominava interi popoli con la forza delle armi e della lingua. Algérie la Blanche, il Maghreb francofono, l’Africa equatoriale dove il tricolore sventolava sopra le scuole, le miniere, i ministeri. Una Françafrique che si credeva eterna e che invece, oggi, è solo un ricordo sbiadito.

Nelle periferie di Marsiglia e Parigi vivono le seconde e terze generazioni di quegli imperi crollati. Uomini e donne con il passaporto francese, ma con radici ben piantate tra il Sahara, i souk, le giungle del Camerun o le savane del Mali. Alcuni guidano taxi, altri si arrangiano. Alcuni sono diventati notai o avvocati, altri finiscono nei gironi infernali delle banlieues, tra disagio, narcotraffico e clan familiari che sfidano la République a colpi di Kalashnikov.

La lingua francese è il collante apparente, l’involucro culturale che dovrebbe tenerli dentro il perimetro dell’“integrazione”, ma che in realtà non basta più. Perché dietro quell’integrazione forzata si cela una frattura profonda, mai sanata, fatta di rancori coloniali, di promesse mancate e di territori lasciati a se stessi, una volta che l’impero non serviva più.

Macron e gli schiaffi della storia

Emmanuel Macron lo sa. Lo ha capito tardi, ma lo ha capito. E ha provato a mettere qualche cerotto sulle vecchie ferite, viaggiando tra Vietnam, Algeria e Camerun, deponendo corone di fiori a Ho Chi Min City, stringendo mani a Rabat e cercando di farsi fotografare nel ruolo del giovane riformatore pentito.

Ma i popoli ex colonizzati non dimenticano, e quei gesti simbolici puzzano di ipocrisia. Lo sa anche Brigitte, che a Hanoï ha dovuto sorbirsi lo scherno silenzioso dei vietnamiti, poco inclini al folklore francese. Lo sanno i veterani della Légion Étrangère, che vedono cancellare il proprio passato in nome del politicamente corretto. E lo sa lo stesso Macron, che si trova ormai a fare i conti con una demonizzazione crescente della Francia in Africa, mentre i vecchi alleati africani preferiscono voltarsi verso altri orizzonti. Verso Mosca.

La Wagner e la nuova colonizzazione russa

Mentre la Francia si lecca le ferite dell’orgoglio perduto, la Russia avanza. Non con eserciti ufficiali o proclami ideologici, ma con una forza più sottile e spietata: la Compagnia Wagner. I mercenari russi, dati per morti dopo la scomparsa di Evgheny Prigozhin, non solo sono sopravvissuti. Sono più attivi che mai.

Il marchio “Wagner” oggi è sinonimo di potere militare a pagamento, protezione armata, disinformazione, sfruttamento minerario. Dall’Africa centrale al Sahel, i governi locali – fragili, corrotti, spesso in guerra civile – vedono nei russi un’alternativa concreta al vuoto lasciato dai francesi. Contratti da milioni di euro per l’addestramento delle truppe, per la protezione di presidenti-fantoccio, per l’estrazione di diamanti, uranio, oro. Una nuova forma di colonialismo, senza colonie. Una Russiafrique, perfettamente funzionale agli interessi geopolitici del Cremlino.

La Wagner si presenta come “anti-imperialista”, “fraterna”, “alleata”. Ma dietro l’etichetta si nasconde lo stesso cinismo coloniale di ieri, travestito da rivoluzione multipolare. Non è più Parigi a controllare i giacimenti: è Mosca.

Addio Parigi, benvenuta Mosca

Il caso del Mali è emblematico. Dopo anni di missioni francesi, la giunta militare ha deciso di scaricare l’Eliseo. E ha chiamato Wagner. L’esercito russo ha cominciato a muoversi nel Sahel, in funzione anti-jihadista (e anti-occidentale), mentre le guarnigioni francesi lasciavano il Paese tra gli insulti della folla.

Giorni fa, il gruppo ha annunciato il “ritiro” dal Mali. Ma, attenzione, non si tratta di una vera ritirata. È solo un cambio di casacca: da Wagner all’Africa Corps, una nuova entità creata ad hoc, sempre russa, sempre sotto l’egida – più o meno visibile – del Cremlino. È la prosecuzione della guerra per procura con altri mezzi. Non ci sono più i legionari francesi, ora ci sono consiglieri russi, propaganda russa, armi russe.

Anche l’Algeria, un tempo simbolo della resistenza anticoloniale francese, si affaccia su nuovi lidi. I suoi aerei militari non vengono più ordinati a Parigi, ma a Mosca. Un gesto che è insieme pragmatico e simbolico, una specie di schiaffo storico rovesciato: l’ex colonia non solo ha voltato pagina, ma ha deciso di riscriverla contro l’ex madrepatria.

Una guerra culturale e geopolitica

La battaglia tra Françafrique e Russiafrique non si combatte solo sul terreno militare. È una guerra di narrazioni, di simboli, di propaganda. In Africa, i video della Wagner che aiuta i popoli oppressi, i meme anti-occidentali, le notizie pilotate, stanno facendo il giro dei cellulari come un tempo si ascoltavano le canzoni di Edith Piaf.

Il soft power francese è stato sostituito dal “rough power” russo, più rozzo ma più diretto, più efficace. La Russia parla la lingua della forza, non quella dei trattati. Promette protezione, non democrazia. Offre contratti e Kalashnikov, non convegni e corsi per funzionari. E questo, in certe zone d’Africa, funziona molto di più.

La fine dell’impero travestita da rinnovamento

Parigi può anche continuare a parlare di “integrazione”, “cooperazione”, “fraternité”. Può spendere milioni in ONG, festival culturali e missioni dell’ONU. Ma l’Africa non ascolta più la voce dell’ex colonizzatore. E dove Parigi tace, Mosca parla. Dove Macron deposita corone, Wagner pianta basi operative. Dove la Francia si fa debole, la Russia si fa spietata.

La Françafrique è morta. Viva la Russiafrique. Ma il sapore è sempre lo stesso: quello del potere che non guarda in faccia nessuno. Cambia solo la bandiera. E il prezzo da pagare.

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Pubblicato inGeopolitica

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