Don Luca Peyron non è solo un sacerdote. È un teologo, un divulgatore scientifico, un educatore appassionato di tecnologia. Conosciuto anche come don Luchino su Instagram, ha diretto per anni la Pastorale Universitaria di Torino e oggi coordina il Servizio per l’Apostolato Digitale della Chiesa italiana. Insegna “Spiritualità delle tecnologie emergenti” all’Università Cattolica di Milano e scrive di intelligenza artificiale, etica e cultura digitale.
Il suo nome è finito tra le stelle: l’Unione Astronomica Internazionale gli ha dedicato un asteroide, 141772 Lucapeyron, in riconoscimento del suo impegno nel costruire ponti tra scienza e fede. Un riconoscimento che non celebra un’intuizione isolata, ma una vita intera spesa a rendere credibile e affascinante il messaggio cristiano anche dentro le coordinate del XXI secolo.
Il primo Giubileo per chi evangelizza online
Il 28 e 29 luglio 2025 Roma ospiterà un evento senza precedenti: il Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici, promosso dal Dicastero per la Comunicazione. Sarà il primo appuntamento ufficiale della Chiesa interamente dedicato a chi evangelizza nel digitale, nelle “piazze virtuali” dove ogni giorno si formano opinioni, si cercano risposte e si costruiscono relazioni.
Oltre mille partecipanti – content creator, podcaster, streamer, social media manager – sono attesi per due giornate che uniranno spiritualità, formazione, confronto e festa. Non mancheranno momenti liturgici forti come l’attraversamento della Porta Santa e la Messa a San Pietro, né occasioni pubbliche di testimonianza come il festival finale a piazza Risorgimento.
Secondo don Luca, però, il cuore dell’evento non sarà tanto la tecnologia quanto la riscoperta del corpo: “È paradossale ma eloquente che un evento dedicato al digitale ruoti attorno al corpo, allo sguardo, alla stretta di mano”. Il Giubileo nasce proprio per dire che chi vive il web con spirito di missione ha bisogno, oggi più che mai, di riscoprire la fisicità della Chiesa, il calore di una comunità concreta.
L’ascolto che manca, e la risposta che il digitale può (o non può) dare
Dietro ogni like, ogni commento, ogni condivisione c’è una persona reale. E spesso, spiega don Luca, sono persone che altrove non trovano ascolto. Non si tratta solo di adolescenti in crisi, ma anche di reporter di guerra che confidano le proprie paure a una giovane suora, o studenti che trovano casa in un gruppo scout nato in rete. Il Giubileo vuole dare volto e voce a queste storie, non per celebrarle, ma per connetterle in una rete che duri anche quando si spegne lo schermo.
Di fronte all’avanzare dell’intelligenza artificiale, don Luca mette in guardia da una consolazione fittizia. “La macchina imita, ma non incarna. Al massimo fornisce un algoritmo di consolazione che rischia di rinchiuderci in una bolla dove abbiamo sempre ragione”. Ciò che manca, dice, non è informazione ma empatia. Non servono risposte perfette, ma sguardi che accolgano il dolore. In un’epoca in cui si può dialogare con un chatbot, la Chiesa ricorda che solo un essere umano può davvero accompagnarti, anche contraddirti per il tuo bene. L’AI non potrà mai darti “uno schiaffo d’amicizia”, quel gesto d’amore che ti aiuta a rialzarti.
Essere Chiesa oggi: reale e digitale, mai virtuale
Don Luca non crede che la Chiesa debba diventare l’ultimo rifugio delle relazioni autentiche. Sarebbe un segnale triste. Ma è certo di una cosa: il cristianesimo nasce dall’Incarnazione, e quindi non potrà mai essere solo online. Per questo, insiste, la presenza sul web non è un hobby né un lavoro: è una vocazione, un modo per raggiungere chi altrove non viene visto. Ma ogni missione digitale, se è vera, chiama a uscire dallo schermo.
Il Giubileo, da questo punto di vista, sarà un punto di partenza per una rete reale, fatta di incontri, contatti, comunità. “Chi abita il continente online invita sempre, prima o poi, a bussare a una porta reale”, dice. E proprio lì, nel gesto semplice di una porta che si apre, la fede trova spazio per rigenerarsi e radicarsi.
Quando la catechesi guarda il cielo
Nel suo oratorio non ci sono biliardini o calcetti. Ci sono telescopi, meteoriti e server per il machine learning. Don Luca ha sostituito le partite al chiuso con serate sotto le stelle, dove il cielo diventa un laboratorio di bellezza e di Dio. Da qui nasce anche un progetto nazionale: un telescopio solare remoto, finanziato con fondi PNRR, che collegherà scuole di tutta Italia e porterà il cielo dentro le aule.
Per don Luca, la bellezza guarisce e genera comunità, anche nel mondo più iperconnesso. Ed è proprio da lì che si costruisce un nuovo immaginario di fede: uno in cui chitarre, telescopi e algoritmi convivono nello stesso oratorio, come segni di un Vangelo che sa parlare al presente.
Una generazione aperta e in cerca
C’è un ultimo dato che don Luca sottolinea con entusiasmo: i giovani di oggi non giudicano più come un tempo. “Una volta bastava andare in parrocchia per essere etichettati come ‘sfigati’. Oggi non è più così. I ragazzi hanno imparato a non attaccare etichette, a lasciare spazio alle differenze”. Questo apre possibilità straordinarie per l’annuncio: non si tratta più di difendere la fede, ma di mostrarla con la vita, facendo vedere che il cristianesimo è ancora capace di ispirare scelte, amicizie, passioni.
Una ruota che torna a girare
Alla fine, tutto si riduce a un’immagine semplice e potente. “Penso alla ruota di una bici. I raggi, lontani tra loro, convergono nel mozzo. E lì, nel centro, si scoprono vicini. Poi tornano nel mondo con la gioia di aver camminato insieme”.
Questo, in fondo, è il senso del Giubileo dei missionari digitali. Non un raduno di specialisti o tecnici, ma una riscoperta della comunione, un tornare a Cristo insieme, da ogni angolo del mondo, per poi ripartire con più slancio. Perché il Vangelo, oggi come ieri, non ha paura di internet. Ma chiede cuori veri, disposti a mettersi in cammino.

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