Torino è piena di manifesti. Purtroppo, sono gli ultimi che ricordano che la Fiat, un tempo regina incontrastata della città, esiste ancora. Nelle fabbriche non la senti più. Nelle strade quasi non la vedi. Ma sulle pensiline, sui muri, nelle gallerie della metro, sui mezzi pubblici… eccola: onnipresente, patinata, sorridente. Come quei vecchi amici che spariscono per anni e si rifanno vivi solo quando devono chiederti un favore.
La città che non abita più ma dove fa finta di tornare
A furia di veder comparire quelle gigantografie scintillanti, uno potrebbe perfino credere che la Fiat sia tornata. Peccato che Torino, nella realtà, la veda ormai col binocolo. I capannoni svuotati, Mirafiori agonizzante, i reparti chiusi uno dopo l’altro, le promesse evaporate come nebbia al sole. Eppure, basta pagare uno spot e oplà: ecco la “Fiat torinese”, quella del marketing, non quella delle linee di produzione.
Dalla Festa di San Giovanni alla maratona: la presenza “spirituale”
L’apice di questa operazione nostalgia è arrivato con la sponsorizzazione della Festa di San Giovanni dello scorso giugno. Una delle tradizioni più antiche e identitarie della città, finita sotto l’ombrello di un marchio che ormai a Torino mantiene più ricordi che operai. Una scena quasi surreale: il santo patrono accostato alla multinazionale che da anni ha messo radici altrove. Ma del resto, se si vuole apparire “del posto”, basta appiccicarsi a un simbolo cittadino, no?
Non paghi, ci hanno riprovato qualche giorno fa con la 34^ edizione della Torino City Marathon (nella foto), che si è tenuta domenica 23 novembre. Pubblicità ovunque, loghi, striscioni, pacche sulle spalle ai corridori. Una specie di riapparizione miracolosa, ma non nelle officine: nelle foto ricordo. Dove si lavora davvero, invece, Torino resta un ricordo lontano.
E poi c’è il cinema: la fiction come ritorno alle origini
Adesso la Fiat si infila perfino nei cinema, tra spot blockbuster e atmosfere patinate, come se il grande schermo bastasse a far dimenticare che la città non è più il suo centro vitale. Sullo schermo, Torino c’è. Fuori dalla sala, un po’ meno.
La verità che nessun cartellone può coprire
Insomma, Torino rinasce nei manifesti, mentre nelle fabbriche si contano le ragnatele. È il miracolo della Fiat 2.0: sparita dalle catene di montaggio ma vivissima nella cartellonistica. Una torinesità solo estetica, di superficie, come una cartolina sbiadita fatta stampare in tipografia a Parigi.
Chi conosce la storia della città – quella vera, fatta di famiglie intere che vivevano dell’indotto, di quartieri plasmati dalla fabbrica, di autobus stracarichi al cambio turno – sa bene che questa presenza 2D non inganna nessuno. Torino ha dato tutto. Fiat, ormai, restituisce qualche sorriso dai manifesti e poco più.
Eppure insiste: vuole “tornare torinese”. Certo. Ma solo dove costa poco: nelle pubblicità. Perché riportare lavoro, investimenti, progetti… quello sì che sarebbe un impegno serio. Meglio i banner.
Torino merita di più di un marchio che torna solo in forma di cartone patinato. E i torinesi, che certe storie le hanno viste scritte sul serio – non sugli spot – questo lo sanno perfettamente.

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