Il Natale è passato, ma il suo eco non è fatto di campane. In Ucraina, quest’anno, a risuonare sono state parole che nulla hanno a che fare con la pace annunciata dagli angeli. Volodymyr Zelensky, nel suo discorso della Notte Santa, ha abbandonato ogni misura, arrivando a evocare il desiderio di morte per Vladimir Putin. Una frase plateale, quasi urlata al cielo, mentre il mondo cristiano accoglieva il Bambin Gesù, Principe della Pace.
Il presidente dell’Ucraina, la sera del 25 dicembre, ha preferito invece brandire il rancore come vessillo, trasformando un messaggio che avrebbe dovuto unire in una nuova, drammatica spaccatura.
E alla fine, al posto del “Gloria in excelsis”, ci siamo ritrovati l’ennesimo spot di propaganda bellica confezionato con il fiocco dell’ipocrisia.
Natale, la festa della pace… ma non per Kiev
Le parole di Zelensky non sono state fraintese: ha parlato del «sogno comune» di vedere “lui” morire, riferendosi a Putin. Solo dopo, con un goffo tentativo di maquillage morale, ha provato ad aggiustare il tiro invocando la pace. Ma il veleno era già uscito.
Un presidente lucido non avrebbe mai toccato un tale abisso retorico proprio nella notte che ricorda la nascita del Dio fatto uomo per salvare tutti, anche i nemici. E questo la dice lunga sulla sua deriva comunicativa e spirituale.
Mosca reagisce: “Non è in grado di trattare la pace”
Da parte russa, la risposta è stata immediata: Peskov ha definito il discorso “amaro, squilibrato, indegno di un leader” e ha insinuato che Zelensky non sia affatto in condizione di prendere decisioni per una vera soluzione diplomatica. Chi può dargli torto? Se il metro della leadership diventa quanto odio si è capaci di sputare addosso al nemico, abbiamo smarrito qualunque orizzonte cristiano e umano.
Tra un augurio di morte e una telefonata a Kushner
Il paradosso è esploso il giorno dopo. Zelensky, quasi senza vergogna, ha raccontato di aver avuto un «ottimo colloquio» con emissari di Donald Trump, per avvicinare «una pace duratura». Ma quale pace? Quella fondata sulla vendetta e sul rancore? Il presepe, da quelle parti, sembra più un set hollywoodiano in cui il protagonista-clown tenta disperatamente di recitare una parte che non è più in grado di sostenere.
Un segnale preoccupante: la guerra entra nel cuore del Natale
A quasi tre anni dall’inizio del conflitto, il leader che doveva incarnare il coraggio della resistenza appare sempre più prigioniero del suo stesso copione, incapace di sollevarsi sopra l’odio. E quando un attore non distingue più la scena dalla realtà e smette di credere davvero nella pace, ma continua a pronunciarla come slogan, la tragedia è dietro l’angolo.
La Chiesa, il 25 dicembre, ci ricorda che la pace è dono e compito, mai desiderio di morte. Zelensky, invece, ha scelto di sventolare al mondo un cuore assetato di vendetta. E un leader che confonde la giustizia con la ritorsione finisce per trascinare il suo popolo in un buio ancora più fitto.
Che almeno San Giovanni Crisostomo, oggi 27 dicembre, apostolo dell’Amore e non dell’odio, possa suggerirgli la strada per tornare uomo prima che attore. E magari finalmente smettere di usare il Natale come scenografia per la guerra.

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