Ci sono artisti che si ascoltano. E poi ci sono artisti che si vivono. Francesco Guccini apparteneva alla seconda categoria. La notizia della sua morte, giunta oggi all’età di 86 anni, segna la fine di una stagione della musica italiana che difficilmente tornerà. Se ne va uno degli ultimi grandi cantastorie, uno dei pochi capaci di trasformare una canzone in un romanzo e un romanzo in una confessione.
Per chi, come me, è cresciuto negli anni Settanta e Ottanta, Guccini non era semplicemente un cantautore. Era un compagno di viaggio. Le sue canzoni erano pagine di vita messe in musica.
Il suo era un universo fatto di osterie, stazioni ferroviarie, nebbia, colline dell’Appennino, vecchi partigiani, professori, studenti, emigranti, sognatori e sconfitti. Un mondo che oggi sembra lontanissimo, ma che grazie alle sue parole continuerà a vivere.
Il cantautore della malinconia
A differenza di molti colleghi, Guccini non rincorreva il successo facile. Le sue canzoni chiedevano attenzione, cultura, pazienza. Non erano fatte per le classifiche, ma per restare.
C’era una malinconia costante nella sua produzione. Non una tristezza sterile, ma quella consapevolezza che il tempo passa, che le persone cambiano e che ogni felicità porta già dentro il seme della nostalgia.
Forse è proprio per questo che milioni di italiani vi si sono riconosciuti.
Chi non ha mai sentito un nodo alla gola ascoltando “Incontro” o “Auschwitz”? Chi non ha sorriso amaramente davanti all’ironia corrosiva de “L’Avvelenata”? Chi non si è lasciato trascinare dall’epica de “La locomotiva”, o dalla poesia di “Amerigo”, dalla dolcezza di “Autogrill”, dalla forza di “Canzone per un’amica”, fino alla straordinaria invettiva civile di “Cyrano”?
Ogni brano era un piccolo universo.
Un uomo controcorrente
Guccini è stato spesso etichettato come “cantautore politico”. In realtà era molto di più. Era un uomo libero.
Non ha mai amato le mode, né i conformismi. Diffidava delle verità confezionate e preferiva coltivare il dubbio. Anche quando parlava di politica, lo faceva sempre attraverso gli uomini, le loro passioni, le loro debolezze.
Col passare degli anni aveva preso progressivamente le distanze dal palcoscenico, scegliendo il silenzio piuttosto che ripetersi. Una scelta rara, quasi rivoluzionaria, in un’epoca nella quale molti artisti sembrano incapaci di lasciare la scena.
Con L’ultima Thule, nel 2012, aveva salutato definitivamente la canzone, quasi avesse intuito che ogni viaggio, prima o poi, deve trovare il proprio porto.
L’idolo della mia giovinezza
Ognuno ha il proprio Guccini.
Il mio è quello ascoltato per ore sul mangianastri, leggendo e rileggendo quei testi che sembravano poesie più che canzoni. È quello delle serate con gli amici, delle discussioni infinite, delle illusioni di poter cambiare il mondo e della scoperta, anno dopo anno, che spesso è il mondo a cambiare noi.
Con il passare del tempo i gusti musicali cambiano. Arrivano altri artisti, altre emozioni.
Eppure Guccini è sempre rimasto lì.
Come un vecchio amico che non senti per mesi, ma sai che sarà sempre pronto ad aspettarti.
Bastavano poche note per ritrovare un pezzo di vita lasciato indietro.
L’ultima osteria
Oggi non muore soltanto un cantautore.
Muore una maniera di scrivere, di raccontare, perfino di stare sul palco.
Muore un uomo che ha saputo dare dignità alla lingua italiana senza mai renderla pesante, che ha insegnato a intere generazioni come la cultura potesse convivere con l’ironia, come la poesia potesse nascere davanti a un bicchiere di lambrusco o in una piccola stazione di provincia.
Le sue canzoni continueranno a vivere.
Perché i grandi artisti non muoiono davvero.
Continuano a parlare ogni volta che qualcuno rimette sul piatto un vecchio vinile, ogni volta che una chitarra attacca gli accordi della Locomotiva, ogni volta che qualcuno, magari con qualche capello bianco in più, si ritrova a sussurrare quelle parole che sembravano scritte soltanto per lui.
A Dio, Francesco.
Per molti eri il “Maestrone”. Per me resterai soprattutto l’idolo malinconico della mia giovinezza, la colonna sonora di un’età che non tornerà più, ma che le tue canzoni continueranno ostinatamente a custodire.

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