Il 6 agosto 1945, alle 8:15 del mattino, il cielo sopra Hiroshima si illuminò come se fosse sorto un secondo sole. Pochi istanti dopo, la città cessò praticamente di esistere. In meno di un minuto morirono decine di migliaia di persone. Entro la fine dell’anno le vittime sarebbero state circa 140.000, tra esplosione, ustioni e radiazioni.
Questa non è la storia della bomba. È la storia degli uomini che la resero possibile.
Per anni lavorarono convinti di dover fermare Hitler, temendo che la Germania nazista costruisse per prima l’arma assoluta. Quando capirono che il Terzo Reich era ormai sconfitto e che la bomba sarebbe stata usata contro il Giappone, molti di loro furono assaliti dai dubbi. Alcuni tentarono inutilmente di fermarne l’impiego. Altri non si perdonarono mai.
Oggi lasciamo parlare loro.
Robert Oppenheimer: “Sono diventato Morte”
Mi chiamo Julius Robert Oppenheimer. Sono nato a New York nel 1904. Ho studiato fisica teorica in America e in Europa. Quando il governo degli Stati Uniti mi affidò la direzione scientifica del Progetto Manhattan, avevo appena quarant’anni.
Eravamo raccolti nel deserto del New Mexico, a Los Alamos. Eravamo i migliori fisici del mondo. O forse gli uomini più pericolosi mai riuniti nello stesso luogo. Lavoravamo giorno e notte.
Non costruivamo semplicemente una bomba. Stavamo cercando di liberare l’energia nascosta nel nucleo dell’atomo. Ogni formula corretta era una porta aperta sull’ignoto. Ogni esperimento riuscito ci avvicinava a qualcosa che nessun essere umano aveva mai visto.
Il 16 luglio 1945, durante il test Trinity, il deserto divenne luce. Per alcuni secondi nessuno parlò. Fu allora che mi tornarono alla mente le parole della Bhagavad Gita:
“Ora sono diventato Morte, il distruttore dei mondi.”
Molti interpretarono quella frase come un’esaltazione. Non lo era. Era terrore.
Enrico Fermi: il genio italiano che aprì la porta
Sono Enrico Fermi. Sono nato a Roma. Nel 1938 lasciai l’Italia fascista dopo aver ricevuto il Premio Nobel. Mia moglie Laura Capon era ebrea e le leggi razziali rendevano impossibile continuare la nostra vita nel nostro Paese. Negli Stati Uniti realizzai ciò che fino ad allora sembrava impossibile.
Il 2 dicembre 1942, sotto le gradinate dello stadio dell’Università di Chicago, ottenni la prima reazione nucleare controllata della storia. Quel giorno il mondo cambiò. Noi festeggiammo come fanno gli scienziati: con calcoli, appunti e strette di mano.
Nessuno immaginava ancora fino in fondo che quella scoperta avrebbe aperto la strada a Hiroshima. Quando vidi il fungo atomico, capii che la fisica non apparteneva più soltanto ai laboratori. Era diventata politica. Era diventata guerra.
Leo Szilard: “Fermiamoci prima che sia troppo tardi”
Sono Leo Szilard, un fisico ungherese. Paradossalmente fui proprio io, insieme ad Albert Einstein, a convincere il presidente Franklin Delano Roosevelt ad avviare il programma atomico americano.
Temevamo una sola cosa. Che Hitler arrivasse prima. Quando però la Germania si arrese nel maggio del 1945, tutto cambiò. Il nemico per cui avevamo costruito la bomba non esisteva più.
Perché usarla? Iniziai a raccogliere firme. Preparai una petizione. Chiesi al presidente Harry Truman di non colpire una città. Di effettuare una dimostrazione davanti agli osservatori internazionali. Nessuno mi ascoltò. La politica aveva ormai preso il controllo della scienza.
Niels Bohr: la conoscenza senza coscienza
Sono Niels Bohr, danese. Contribuii alla comprensione della struttura dell’atomo. Collaborai con il progetto americano, ma ero profondamente inquieto. Compresi molto presto che la bomba non avrebbe cambiato soltanto la guerra. Avrebbe cambiato l’intera civiltà.
Per questo cercai di convincere gli Alleati e persino Winston Churchill che il segreto nucleare non poteva restare patrimonio di una sola potenza. Bisognava costruire una cooperazione internazionale.
Non fui ascoltato. Pochi anni dopo iniziò la Guerra Fredda. La corsa agli armamenti era ormai inevitabile.
Edward Teller: la bomba non bastava
Sono Edward Teller. Molti mi chiamano il padre della bomba all’idrogeno. Per me Hiroshima non rappresentava un punto d’arrivo. Era soltanto un inizio.
Credevo che gli Stati Uniti dovessero mantenere un vantaggio strategico assoluto sull’Unione Sovietica. Molti colleghi mi considerarono un fanatico. Io rispondevo che il mondo si sarebbe mantenuto in pace soltanto attraverso una forza ancora maggiore.
Fu la logica della deterrenza. Una pace costruita sull’equilibrio del terrore.
Albert Einstein: “Ho commesso il più grande errore della mia vita”
Sono Albert Einstein. Non lavorai al Progetto Manhattan. Eppure senza una mia firma probabilmente non sarebbe mai nato. Nel 1939 sottoscrissi la famosa lettera indirizzata a Roosevelt, redatta da Leo Szilard, nella quale avvertivamo del rischio che la Germania sviluppasse un’arma nucleare.
Lo rifarei? No. Perché la Germania non ci arrivò mai. Dopo Hiroshima dissi più volte che, se avessi saputo come sarebbero andate le cose, avrei preferito fare l’orologiaio.
Quando arrivarono le fotografie
Le immagini di Hiroshima sconvolsero molti di noi. Corpi evaporati. Ombre umane impresse sui muri. Bambini trasformati in torce viventi. Persone che continuavano a morire settimane dopo senza comprendere nemmeno il perché.
Era la radioattività. Un nemico invisibile. Avevamo studiato neutroni. Avevamo trovato esseri umani.
Il rimorso degli scienziati
Dopo la guerra molti di noi cambiarono completamente vita.
Oppenheimer si oppose allo sviluppo della bomba all’idrogeno. Szilard abbandonò quasi del tutto la fisica nucleare. Molti firmarono manifesti per il controllo internazionale delle armi atomiche. Altri trascorsero il resto della propria esistenza cercando di spiegare che la scienza non è moralmente neutrale.
Una formula matematica può cambiare il destino dell’umanità. Ma la decisione di usarla appartiene sempre agli uomini.
L’eredità di Hiroshima
Noi credevamo di costruire un’arma destinata a porre fine a una guerra. In realtà avevamo inaugurato un’epoca completamente nuova. L’era nucleare. Da allora il mondo vive sotto un paradosso.
L’arma più devastante mai costruita dall’uomo non è stata più utilizzata in guerra, proprio perché il suo impiego potrebbe significare la fine della civiltà. Forse questa è la più amara delle lezioni.
La conoscenza può raggiungere vette straordinarie, ma senza una coscienza morale rischia di trasformarsi nella più terribile delle distruzioni. Hiroshima continua a ricordarlo, ottantun anni dopo, con il silenzio delle sue vittime e con il peso delle coscienze di coloro che, pur animati da motivazioni diverse e spesso convinti di agire per evitare un male peggiore, contribuirono a rendere possibile il primo impiego dell’arma atomica contro una città.

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