A Sanremo non risuonano soltanto le note del Festival, trasformato negli anni in rito laico e identitario per un’Italia che ama cantare, ma spesso tace di fronte alle verità più scomode. Ogni sera, alle ore 20, una campana si fa largo tra il rumore della vita moderna per ricordarci che esiste un silenzio più profondo del silenzio stesso: quello dei bambini mai nati. È la “Campana dei Bimbi non Nati”, voluta da monsignor Antonio Suetta, vescovo della diocesi di Sanremo–Ventimiglia, un pastore che non ha paura di esporsi quando si tratta di difendere i più piccoli tra i piccoli.
Quel rintocco, così semplice eppure così potente, non è un gesto banale. È un segno pubblico che dice chiaramente: anche chi non ha visto la luce è persona, creatura di Dio, degna di memoria e di preghiera. E proprio per questo la reazione di una certa sinistra è stata immediata, nervosa, prevedibile.
Il 28 dicembre: una data con un peso simbolico profondo
La campana è stata ufficialmente inaugurata il 28 dicembre scorso, una data scelta con grande consapevolezza teologica e simbolica: è la memoria liturgica dei Santi Innocenti Martiri, i neonati che, secondo il racconto evangelico, Erode fece uccidere a Betlemme nel tentativo di eliminare il bambino Gesù, indicato dai Magi come il “Re dei Giudei”.
Associare questa memoria alla campana non è un estemporaneo gesto teatrale, ma un richiamo alla storia sacra e alla ferita che attraversa da duemila anni la condizione umana. Come ha spiegato lo stesso vescovo, quella data non è stata scelta a caso: è un modo per dire che la tragedia dei piccoli cancellati non appartiene solo al passato, ma continua a ripetersi in modi diversi, silenziosi e spesso ignorati.
La campana, infatti, non è nata ieri. Era già stata benedetta nel 2022 con l’espressa finalità di ricordare i bambini mai nati. Ora è semplicemente stata installata nel luogo scelto dalla diocesi, dove ogni sera batte i suoi rintocchi. I fedeli, racconta Suetta, hanno accolto l’iniziativa con benevolenza e commozione, riconoscendone il valore spirituale e umano.
Monsignor Suetta: un pastore che non si piega alla narrazione dominante
Di fronte alle polemiche, monsignor Antonio Suetta ha espresso con chiarezza cristallina la sua posizione, senza giri di parole. In un’intervista esclusiva rilasciata a Pro Vita & Famiglia, ha detto senza esitazione che “la Campana della Vita serve a ricordare che l’aborto non è un diritto ma un delitto”.
Suetta non usa eufemismi perché non teme il giudizio degli uomini. Sa che il linguaggio, oggi, è stato colonizzato dal politicamente corretto, che trasforma le tragedie in slogan e il dolore in categoria politica. La campana, invece, è un segno di misericordia e verità insieme: invita alla preghiera, alla riflessione, alla conversione, ma non si piega alla retorica dominante.
E non intende farlo. Come ha ribadito, l’iniziativa proseguirà nonostante le polemiche “a cui non rispondo” e nonostante “i toni da propaganda della stampa”. È una posizione ferma, da vescovo che non confonde il ministero con la calendaristica politica.
Il nervosismo dei dem: solo amore a geometria variabile
Come sempre accade in Italia quando si toccano questioni di bioetica, la politica si è precipitata a commentare a colpi di comunicati e proclami. Ma il copione è stato lo stesso che abbiamo visto già molte volte: una sinistra pronta ad amare la Chiesa solo quando parla di immigrazione, accoglienza, welfare e temi sociali; una sinistra che si irrigidisce, invece, quando la Chiesa ricorda che la vita nascente merita tutela e rispetto.
Il segretario del Partito Democratico di Sanremo, Gianni Salesi, ha definito l’iniziativa “conservatrice e retrograda”, evocando a sproposito una presunta violazione della laicità. Dal Comune di Imperia, il consigliere Edoardo Verda ha parlato di una decisione che “non parla di cura né di ascolto, ma di colpa”, arrivando a definire la campana una intrusione insopportabile nella sfera dell’autodeterminazione femminile.
A livello regionale, il consigliere Enrico Ioculano ha bollato l’iniziativa come “inopportuna e poco delicata”, sostenendo che rischierebbe di trasformare un tema complesso in uno strumento di giudizio morale. E non poteva mancare l’affondo dei Radicali, con il segretario Filippo Blengino che ha accusato la campana di essere “propaganda di un altro secolo” e di usare la religione come “clava ideologica” contro la legge 194.
Insomma: una campana che invita alla riflessione diventa, automaticamente, indegna se non provocatoria. Una campana che parla di vita suscita reazioni più forti di qualunque battaglia di piazza.
La risposta del vescovo: non mi piego alle polemiche
Davanti a questa levata di scudi, Suetta resta saldo. Non si giustifica, non cerca sponde, non rincorre il consenso. La sua risposta è semplice e perentoria: non cambierà idea perché lo chiedono alcuni politici o perché l’opinione pubblica mainstream storce il naso.
Con parole chiare, ha spiegato che la campana non è un gesto contro le donne, né una strumentalizzazione politica dell’aborto. È un segno di speranza per le madri che hanno abortito, per le famiglie ferite da quella scelta, per tutti coloro che, nella sofferenza, cercano un abbraccio più forte del giudizio.
E ha denunciato la gabbia linguistica in cui è intrappolato il dibattito pubblico: quella che impone di parlare di “diritti riproduttivi”, “salute”, “scelta”, evitando di chiamare le cose con il loro vero nome. La campana, invece, non ha paura di farlo: chiama la vita vita e la morte morte, anche quando questo contrasta con il conformismo culturale dominante.
Perché quel suono dà così tanto fastidio?
Ogni sera, quando la campana batte le sue 20 rintocchi, non fa rumore per niente. Fa rumore perché dice qualcosa che molti non vogliono ascoltare: che la vita umana è sacra dal primo istante, e che eliminare un essere umano perché è piccolo, fragile, indesiderato non è un “diritto”, ma una ferita nella carne stessa dell’umanità.
E qui emerge la contraddizione più profonda: c’è chi, come Salesi, Verda, Ioculano o Blengino, usa la retorica dell’accoglienza per tutte le cause tranne quella più vulnerabile di tutte. C’è chi ama la Chiesa quando si spende per immigrazione e diritti sociali, ma si inalbera quando la Chiesa ricorda che la vita va difesa anche prima che veda la luce.
È questa la ragione principale dell’indignazione: non è la campana a disturbare, ma la coscienza di chi ha bisogno di silenzio per non affrontare la verità.
La Chiesa non si piega al pensiero dominante
In un’Europa che si dice progressista ma che ignora il dramma silenzioso di milioni di aborti ogni anno, la campana di Sanremo rappresenta un segnale di dissenso teologicamente fondato, ma anche culturalmente profondo. Non si tratta di imporre leggi, non si tratta di criminalizzare le persone: si tratta di difendere ciò che è umano prima ancora che politico.
Monsignor Suetta, con quella campana, ha scelto di stare dalla parte dei più piccoli, dei più fragili e dei più dimenticati. Non per moda, non per propaganda, ma perché la fede che professa ha radici profonde nella tradizione cattolica e nella dottrina sociale della Chiesa.
E se a qualcuno dà fastidio, vuol dire solo una cosa: quel rintocco sta arrivando esattamente dove deve arrivare: nella coscienza di chi preferirebbe non sentire.

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